Dagli enti all’Essere. Itinerari di teologia naturale

Questo numero della rivista Sensus communis  intende «mostrare come abbiano  torto […] tutti i pensatori che hanno negato la possibilità della metafisica» (p. 6), così si esprime il curatore  nella premessa, attraverso contributi  di diversi pensatori su alcune  delle vie che conducono a Dio, nella «convinzione che la questione  dell’Assoluto è […] la questione essenziale dell’uomo» (p. 7) e sorge dal fatto stesso che l’esperienza del mondo e della libertà personale costringono a porsi l’interrogativo del senso dell’esistenza. Siccome quest’ultimo non può essere individuato per istinto, emotivamente, meditare  studi del rigore di quelli qui recensiti costituisce, a mio parere, un  formidabile ausilio per ogni persona  seriamente interessata al significato del proprio vivere. Il volume è costituito da due sezioni.  La prima affronta il tema sul piano teoretico: Massimo Roncoroni parte dal pensiero del suo maestro  Bontadini per rilevare l’importanza della riflessione su Dio all’interno di quella sulla totalità dell’esperienza e la sua imprenscindibilità per la questione antropologica, che non può prescindere dall’orizzonte in cui l’uomo è originariamente inscritto. Dario Sacchi sostiene che ci si possa confrontare  con la cosmologia relativistica attuale «solo eguagliando la delimitazione  o la collocazione temporale  degli enti fisici a una loro modalità autenticamente entitativa o eidetica» (p. 27): una reale molteplicità  di enti in sé sostanzialmente sussistenti, ma relazionantisi in modo almeno in parte contingente, così da essere irriducibili a un’unica Sostanza, garantisce «quel trascendimento ontologico dell’esperienza e della storia nel quale si è sempre ravvisato l’atto culminante della metafisica classica» (ivi). Siccome i due suddetti caratteri degli enti coesistono soprattutto nel caso degli uomini e della loro libertà, la  questione della libertà del volere diviene solidale con quella dell’esistenza  di Dio. Marco Bracchi rileva  il carattere relazionale dell’esistenza del tempo, evidente dal suo nesso con la psiche del soggetto umano;  di conseguenza, ssc-22e è ciò che esiste indipendentemente dall’uomo a rendere possibile e ad attuare l’esistenza umana, questo essere per sé è l’Eterno, che è Dio.

La seconda sezione tratta la tematica del fascicolo in prospettiva prevalentemente storico-filosofica. Thomas Rego nota come i tre modi della conoscenza umana (l’esperienza, diretta, l’inferenza, mediata dall’evidenza delle premesse del ragionamento, e la fede, indiretta) siano applicati da Aristotele alla conoscenza di Dio: nel Protrettico si fa riferimento alla fede nell’autorità  religiosa; nella Fisica si dimostra l’esistenza di Dio a partire dall’esperienza, mediante inferenza scientifica; nel De caelo si ammette una conoscenza evidente del divino propria di tutti gli uomini, che non è oggetto né di esperienza né di dimostrazione né di fede, ma che riecheggia l’inferenza spontanea e non scientifica che Antonio Livi considera la quinta certezza del senso comune riguardante l’esistenza di Dio. Luca La Monica analizza l’esposizione dell’agostiniana teoria dell’illuminazione quale origine del processo cognitivo nei Soliloquia e nel De magistro evidenziando che essa presuppone sempre la necessità dell’esistenza di Dio quale principio e fine di ogni forma di conoscenza. Fabrizio Renzi mira a disambiguare un aspetto portante della prima verità del senso comune di Antonio Livi:  l’idea che già per Tommaso l’ente è il primum cognitum, conosciuto  nel giudizio che costata l’esistenza delle cose. Anche se Tommaso distingue, in polemica con Avicenna, l’ente che si suddivide nelle dieci categorie e che è conosciuto nella prima operazione dell’intelletto dall’ente che significa la composizione della proposizione, conosciuto  nella seconda operazione dell’intelletto e che pertanto è un predicato accidentale, l’interpretazione liviana di Tommaso non è errata in quanto la percezione dell’essenza  delle cose non può esser separata da quella della loro esistenza  e allora l’ente conosciuto nel giudizio è colto nell’operazione che concerne l’esistenza delle cose e non l’idea dell’essere. Marcella Serafini si sofferma sul De Primo Principio di Duns Scoto, che parte dall’esperienza degli enti finiti per arrivare a Dio quale Ente infinito: secondo Duns Scoto, la filosofia non può offrire la spiegazione ultimativa della contingenza degli enti soggetti a divenire, la cui esperienza è innegabile, perché essa è connessa al fatto che gli enti  derivano dal libero volere divino, principio di possibilità. Tuttavia, la ragione può dimostrare che la contingenza si spiega solo con la creazione quale atto libero della volontà divina noto per Rivelazione.  «Dio, raggiunto e concepito come fondamento della possibilità di enti oggetto di esperienza [quindi esistenti in atto], non intrinsecamente necessari [sia nella loro esistenza  sia nella loro essenza], non può che  essere realmente esistente» (p.118). Paul Gerard Horrigan si sofferma sul pensiero di Sartre, che nega Dio, le essenze e i valori in nome della centralità della libertà umana e rileva come tali negazioni siano «molto comode» per togliere ogni vincolo morale all’agire individuale. Infine, Antonio Livi si sofferma sulle conseguenze dell’accettazione, anche da parte di pensatori cristiani contemporanei, del rifiuto della teologia naturale per trattare del «vero» Dio. Se heideggerianamente  si squalifica in quanto ontica e priva di valore veritativo la nozione di Dio quale ipsum Esse subsistens, esito dell’inferenza  metafisica dagli enti all’Essere,  Dio non è più pensato quale causa incausata dell’essere degli enti e la sua nozione viene riempita da un altro contenuto; le possibilità sono due, entrambe aporetiche: la prima è che alla nozione  filosofica di Dio si sostituisca quella religiosa, che è presente nelle certezze universali del senso  comune, della cui inferenza spontanea, però, la teologia naturale è rigorizzazione metafisica; la seconda  è quella heideggeriana che vi sostituisce l’idea di Dio che emerge dall’analisi della coscienza umana, ma senza più la possibilità di dimostrare la trascendenza metafisica di Dio rispetto alla coscienza dell’uomo, sicché anche il suo mistero ineffabile resta nella più rigorosa immanenza della fenomenologia della coscienza. Ciò che Heidegger non comprende è che proprio l’inferenza del senso comune e della teologia naturale conduce al mistero divino, perché l’Essere divino è inferito come necessario fondamento degli enti oggetto di esperienza, ma nella consapevolezza che la sua trascendenza rispetto all’essere che accomuna  tutti gli enti creati lo rende impenetrabile all’intelletto umano. Gli studi sinteticamente ripercorsi convergono nell’evidenziare, come rileva Covino nella conclusione del fascicolo, che non è l’esistenza di  Dio a essere problematica, bensì la sua negazione, perché l’idea di Dio è qualcosa che l’intelletto umano  concepisce naturalmente, ossia spontaneamente, di fronte alla realtà  con tutta la sua ricchezza intelligibile  e il suo ordine, ma che non sispiega da sé e perciò esige un Essere assoluto, fonte di quello partecipato agli enti che non sono causa  di sé stessi, e di fronte alla volontà  che tende naturalmente al bene,  manifestando così una scala di valori che presuppone un vertice.

Matteo Andolfo

Recensione pubblicata in «Studi Cattolici» 665/66 (2016), pp. 567-568.

 

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