The Logic of Truth. Thomas Aquinas’ Epistemology and Antonio Livi’s Alethic Logic

Il presente volume è un ampio e approfondito studio volto a esaminare criticamente la teoria della logica aletica di Antonio Livi alla luce della dottrina metafisica della conoscenza elaborata da Tommaso d’Aquino. Si tratta di una lavoro di grandissimo pregio, in grado anche di contestualizzare perfettamente la filosofia del senso comune messa a punto dal pensatore di Prato, in particolare attraverso la presa in considerazione delle principali obiezioni che storicamente sono state sollevate contro tale filosofia.

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W. Slattery, The Logic of Truth

Poiché parte delle critiche rivolte alla teoria liviana sono scaturite dall’ambiguità terminologica dell’espressione “sensus communis”, l’Autore si preoccupa giustamente di fornire una delucidazione dettagliata delle diverse accezioni che sono state attribuite all’espressione in esame. Da tale delucidazione, così come dal confronto serrato tra Livi e gli altri pensatori che hanno parlato del senso comune, emerge con chiarezza la specifica proposta di Livi. Quest’ultima – come qui viene messo bene in evidenza – arriva a riconoscere, sulla base di un procedimento tecnico condotto secondo una peculiare metodologia filosofica, l’esistenza di un insieme di certezze o evidenze primarie di valore universale, di conoscenze che, come tali, si distinguono sia da quelle assunte acriticamente al livello cognitivo della “doxa” sia dal “sensus communis” inteso come mera facoltà psicologica presente nell’uomo. Di estrema rilevanza è l’analisi molto accurata che qui viene offerta del cosiddetto tomismo trascendentale o realismo critico, ossia di quella nota corrente di pensiero (Mercier, Maréchal, Noël, ecc.) che ha interpretato il realismo di Tommaso d’Aquino seguendo l’impostazione filosofica di Descartes e di Kant. La filosofia del senso comune può, infatti, essere considerata “ingenua” da chi legge in termini criticistici la “dubitatio universalis” di cui parla l’Aquinate o, comunque da chi ritiene la metafisica tommasiana priva di un’adeguata giustificazione critica proprio in quanto fondata sul “sensus communis”. Orbene, Slattery mostra con grande efficacia, non solo l’erroneità esegetica del tomismo trascendentale, ma contestualmente anche la validità teoretica della tesi – sostenuta da Livi, così come dal suo maestro Gilson, proprio sulla scia della gnoseologia di Tommaso d’Aquino – secondo cui la realtà extra-mentale può essere oggetto di una conoscenza immediata e auto-evidente. Al riguardo, degno di nota è soprattutto l’attento studio sulla dottrina tommasiana della “reflexio”, dottrina che, nel configurare ogni giudizio come un ritorno dell’intelligenza sulla semplice apprensione, consente di sostenere il carattere essenzialmente “critico”, non solo della conoscenza filosofica (come pretenderebbero coloro che fanno propri i criteri metodologici cartesiani e kantiani), ma anche di quella pre-filosofica.

Slattery affronta di petto una delle principali critiche alla proposta teoretica del pensatore di Prato, quella secondo cui la pretesa di individuare un insieme di certezze primarie in grado di fungere da fondamento epistemico di ogni ulteriore livello cognitivo genera una sorta di circolo vizioso: da una lato, si assume il “sensus communis” come punto di partenza della conoscenza filosofica; dall’altro lato, si attribuisce a quest’ultima forma di conoscenza il compito di giustificare criticamente il “sensus communis”. In altri termini, il senso comune – sostengono alcuni – non può essere riconosciuto come conoscenza pre-filosofica, poiché il suo riconoscimento avviene per l’appunto in sede filosofica. Al riguardo, si capisce quanto siano importanti le osservazioni dell’Autore volte a evidenziare la presa di distanza da parte di Livi dall’errore di Thomas Reid consistente nella mancata distinzione tra “sensus communsis” e filosofia del senso comune. Tale presa di distanza, infatti, può essere accolta e ritenuta legittima, qualora si ponga mente al fatto che il realismo liviano non è equiparabile né a un mero postulato arbitrario né a una conclusione filosofica, essendo piuttosto una logica aletica che, sulla base del metodo della presupposizione, arriva a rilevare “actu signato” ciò che “actu exercito” funge da premessa di ogni atto del pensiero.

Tommaso d'Aquino

Tommaso d’Aquino (1225-1274)

Il metodo della presupposizione offre all’Autore l’occasione di far luce su alcune prospettive filosofiche che hanno influenzato Livi in sede di elaborazione della sua personale proposta teoretica. Da questo punto di vista, un elemento essenziale della tecnica metodologica messa a punto dal pensatore di Prato è rappresentato dall’osservazione fenomenologica della coscienza, la quale si avvale sia dell’introspezione che dell’analisi della comunicazione dei contenuti della stessa coscienza attraverso il linguaggio. Un’altra componente fondamentale del procedimento liviano è poi senz’altro costituita dall’utilizzo del metodo linguistico-analitico di tradizione anglosassone (Wittgenstein, Strawson, Searle, ecc.), metodo consistente proprio nel ricorso alla tecnica della presupposizione. Va, tuttavia, sottolineato come, proprio rispetto a queste prospettive, la teoria di Livi presenti elementi di grande originalità. Quanto alla fenomenologia, Slattery evidenzia come Livi non si avvalga affatto dell’“epoché” husserliana, nella misura in cui la filosofia del senso comune è volta a esaminare gli aspetti evidenti della realtà stessa. Quanto invece alla tradizione analitica, lo stesso Autore rileva come il procedimento liviano miri, non tanto a una fondazione meramente semantica e dialettica della conoscenza, quanto piuttosto a una sua fondazione propriamente aletica. La lacuna delle prospettive filosofiche summenzionate è dovuta al modo in cui esse considerano la metafisica. Quest’ultima – denuncia Slattery – o viene negata dalla fenomenologia o viene assunta in termini ambigui dalla tradizione analitica. Di qui l’esigenza di recuperare l’autentico valore della filosofia prima di fronte ai nuovi problemi della conoscenza. Si tratta di un’esigenza fatta propria da Livi, la cui proposta si differenzia notevolmente da quella di autori come Peter Strawson o Hilary Putman, soprattutto per il recupero della metafisica di Tommaso d’Aquino. Del resto, – vale la pena in ultima istanza far notare – dal volume in esame emerge con chiarezza come proprio nel peculiare utilizzo della filosofia tommasiana nel contesto delle odierne problematiche gnoseologiche risieda la profonda novità della teoria della logica aletica elaborata da Livi.

Fabrizio Renzi

 

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