Verità: logica & metafisica

I lettori che da più tempo conoscono i libri delle Edizioni Ares ricorderanno la proposta di una «filosofia del senso comune» da parte di mons. Antonio Livi (1). La concezione liviana è un sistema olistico di logica aletica (2) fondato sul riconoscimento della dipendenza di ogni giudizio dalla verità delle sue presupposizioni, che ultimativamente si riconducono al senso comune, inteso come cinque evidenze primarie concernenti il mondo reale (l’esistenza, non l’essenza, delle realtà del mondo, dell’io, degli altri «io», dell’ordine fisico e morale del mondo, di Dio, inferita spontaneamente quale prima causa delle realtà mondane in quanto non hanno in sé la ragione del proprio esistere) presupposte alla conoscenza sia ordinaria sia scientifica in quanto immediate e perciò indubitabili e presenti nell’esperienza universale, di ogni uomo. Siccome Livi concepisce il proprio sistema come una sistematica riattualizzazione del pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino e in particolare dei suoi quattro princìpi (la natura metafisica della verità logica come adeguazione dell’intelletto alla realtà; il primato dell’esperienza diretta rispetto al ragionamento e alla conoscenza indiretta per fede; i primi princìpi conoscitivi quale fondamento necessario della ricerca del vero; il giudizio quale atto riflessivo con cui il soggetto pensante esprime la consapevolezza di aver colto la verità riguardo a un oggetto concreto), il recente saggio di William J. Slattery, The Logic of Truth. St. Thomas Aquinas’ Epistemology and Antonio Livi’s Alethic Logic (foreword by A. Livi, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2015, pp. 502, euro 30) (3) esamina la logica aletica liviana alla luce della teoria della conoscenza dell’Aquinate per verificarne la compatibilità. Si tratta di un’analisi approfondita e meticolosa che parte dalla precisazione del significato peculiarmente liviano del «senso comune» per poi confrontare la logica aletica su di esso basata con il realismo gnoseologico di Tommaso, con la sua idea intenzionale della conoscenza e con le sue teorie dell’intuizione, del primum cognitum, della verità e della the-logic-of-truthcertezza. Le conclusioni a cui Slattery perviene sono così sintetizzabili. Innanzitutto, il sistema liviano è confermato e reso più chiaro esplicitandone la fondazione metafisica di matrice tomista. Inoltre, l’unione che Livi opera tra i metodi della tradizione linguistico-analitica anglosassone, la corrente filosofica del senso comune vichiana e scozzese e il realismo aristotelico-tomista costituisce una valida risposta sia alla discussione interna al tomismo tra il realismo acritico di GarrigouLagrange, Gilson e Maritain e quello critico del tomismo trascendentale di Mercier e Maréchal sia alla questione criteriologica posta da Cartesio. Infatti, il tomismo trascendentale adotta il cogito cartesiano (l’indubitabile intuizione dell’esistenza di sé stessi) come giustificazione del realismo, mentre gli esponenti del realismo acritico ritengono che ciò sia impossibile in quanto il realismo è l’ammissione della natura autoevidente delle realtà extra-mentali colte dall’uomo mediante le sensazioni ed è più vicino alla concezione sostenuta storicamente da Tommaso, che non si è mai posto la questione della conoscenza o meno del mondo esterno da parte dell’uomo proprio in quanto è immediatamente evidente che lo conosce.

Il rilancio del realismo

Secondo Slattery, ponendo l’interpretazione gilsoniana della gnoseologia metafisica di Tommaso a fondamento della propria logica aletica, Livi offre un’argomentazione convincente a sostegno del realismo nel contesto filosofico post-cartesiano. Infatti, l’idealismo cartesiano, il cui influsso sulla filosofia contemporanea permane consistente, fonda la verità e la certezza sul cogito rifiutando la teoria tomista della naturale intuizione umana dell’essere come primum cognitum nelle realtà extra-mentali. Invece, la filosofia del senso comune, mostrando che l’intelletto umano parte dall’esperienza delle realtà esistenti, confuta radicalmente l’anti-realismo cartesiano, che conduce a considerare oggetto diretto della conoscenza umana le idee nella mente del soggetto, rendendo problematica la conoscenza del mondo esterno a cui esse corrispondono. Nella visione tomista e liviana il soggetto conoscente è un composto di anima e corpo capace di intuire senza mediazioni la realtà extramentale quale primum cognitum attraverso l’azione combinata dei sensi e dell’intelligenza, che si adegua alla realtà per coglierla in modo vero, così com’è.

 

Esperienza & intuizione

In terzo luogo, giustificando il primum cognitum, ossia la prima certezza del senso comune, mediante il metodo della presupposizione, la logica aletica conferma la metafisica tomista come una metafisica dell’atto d’essere, in cui l’ente, quale primum cognitum, si riferisce alle realtà esistenti, intuite (percepite immediatamente) primariamente come esseri, ma senza la mediazione del concetto di essere. Si tratta di una visione diretta dell’intelletto nell’accezione dell’Aquinate che per Livi non necessita di riflessione discorsiva della ragione. Per questo l’operazione intuitiva dell’intelletto agente corrisponde al concetto liviano di esperienza. Infatti, nell’Aquinate l’intuizione è l’operazione con cui la mente conosce la realtà nelle sue dimensioni percepibili dai sensi e metafisiche ed è una conoscenza immediata e su un livello prelinguistico, prerazionale e anteriore al giudizio formale e del ragionamento. Per Tommaso dev’esserci nell’uomo una facoltà che percepisca l’essere della realtà unitaria soggiacente ai dati (accidenti) ricevuti dalle sensazioni, ma tale percezione non può essere garantita né dall’intelletto possibile in quanto potenza passiva né da una teoria meramente materiale dell’oggetto. Si deve, quindi, ammettere l’esistenza nell’uomo dell’intelletto agente distinto da quello possibile. Se la filosofia del senso comune indica che anteriormente alla possibilità di un’interpretazione teoretica del concetto di ente nella conoscenza metafisica astratta e riflessiva esiste una conoscenza pre-riflessiva dell’ente al livello dell’esperienza, nondimeno, sottolinea Slattery, essa con il suo metodo della presupposizione non pretende di essere a priori rispetto all’esperienza della realtà, ma semplicemente di esplicitare e giustificare i processi e i contenuti conoscitivi implicitamente presupposti nelle asserzioni scientifiche. La stessa filosofia del senso comune si propone quale indagine riflessiva dell’esperienza universale, ma il senso comune che essa ha per oggetto è indipendente dalla filosofia, che si limita a giustificarne razionalmente la funzione epistemica. «Livi, interpretando l’ens come primum cognitum in san Tommaso come l’oggetto fattuale della prima certezza del sensus communis, res sunt, e riconoscendo quest’ultimo quale referente materiale del principio di non contraddizione, asserisce che la prima certezza del sensus communis è il fondamento aletico primordiale (4). Pertanto, siccome il primum cognitum è l’ens inteso come il giudizio che si riferisce all’essere delle cose, vi è un primato epistemico dei giudizi esistenziali su quelli predicativi» (p. 454). Mentre le filosofie che privilegiano il formalismo concepiscono come meramente formale la funzione assiomatica dei primi princìpi logico-metafisici (a partire da quello di non contraddizione) e se ne servono per le concatenazioni deduttive del ragionamento, la filosofia del senso comune fonda tali primi princìpi sulle cinque certezze dell’esperienza universale immediatamente presenti alla coscienza dell’uomo mostrando l’unità delle dimensioni formale e materiale della logica e ponendo tali certezze al di fuori delle concatenazioni del ragionamento quale supporto di ogni concatenazione deduttiva e quali garanti della verità materiale delle premesse di detta concatenazione, perché è impossibile negare tali certezze (se non a parole, riammettendole implicitamente); esse sono la condizione veritativa anche dell’induzione e della conoscenza indiretta, insomma di ogni conoscenza scientifica sia empirica sia metafisica sia logica. Infatti, è falso ogni giudizio che contraddica le verità materiali dell’esperienza universale.

Il metodo della presupposizione

Anche questo tratto distintivo della logica aletica, denominato metodo della presupposizione, consistente nel verificare la verità di qualsiasi giudizio riconducendolo alle presupposizioni ultimative e sicuramente vere quali sono le cinque evidenze immediate del senso comune, è convalidato e chiarificato metafisicamente dalla concezione tomista della partecipazione delle verità mediate ai princìpi immediatamente evidenti, il più universale dei quali è quello di non contraddizione. Infatti, questi ultimi sono immediatamente intuiti come veri dall’intelletto, mentre è la ragione discorsiva a garantire la verità mediata delle conclusioni dei ragionamenti risolvendole nei suddetti princìpi primi che fungono da premesse ultimative. È il metodo che Tommaso denomina resolutio. La metafisica per Livi è l’elaborazione intellettuale delle cinque certezze del senso comune, sicché è strutturalmente realistica ed equidistante dalle eccessive pretese delle filosofie razionalistiche (culminanti nell’hegelismo e proseguite nel positivismo antimetafisico) e dal rigetto di qualsiasi comprensione razionale dell’esperienza caratteristico dello scetticismo e delle forme di irrazionalismo, vitalismo, fideismo5 e pragmatismo che ne derivano. In tal modo non viene affatto cancellata la nozione di «mistero», bensì risulta tutelata dal riconoscere che la verità dell’esperienza è irriducibile alla razionalità sistematica: infatti, l’esistenza delle sostanze concrete è un fatto coglibile nella sua innegabilità, mentre la spiegazione ultimativa della loro essenza, sebbene sia razionale, oltrepassa la limitata comprensione umana ed è nota solo all’Essere assoluto che è la causa prima e la ragione ultima di tutti gli enti. «La filosofia del sensus communis, sostenendo che la ragione deve limitarsi a elaborare le prime verità dell’esperienza – e non presupposizioni arbitrarie –, riconosce che nella metafisica di san Tommaso è presente lo statuto epistemico autentico della metafisica quale scienza dell’essere in quanto essere» (p. 460).

 

Verità, pensiero & linguaggio

Infine, un ulteriore pregio della concezione di Livi messo in risalto da Slattery è la netta distinzione tra il pensiero della verità, che può restare inespressa, e il linguaggio che esprime tale pensiero, che risponde a logiche diverse da quella aletica e legate alle funzioni linguistiche pragmatica, retorica, estetica. Le certezze del senso comune, in quanto primarie, prescindono dall’essere o meno formulate e dalla modalità della loro espressione. La certezza, per Livi, è la consapevolezza della corretta adeguazione dell’intelletto alla realtà, adeguazione in cui consiste la verità; pertanto, certezza e verità sono connaturali e concomitanti, il che esclude il consenso intersoggettivo quale base della certezza. Anche quando il soggetto conoscente resta in dubbio su un determinato aspetto della realtà, ha l’evidenza di non avere l’evidenza della soluzione di detto aspetto problematico. Tale definizione di certezza, rileva Slattery, si accorda con quella di san Tommaso, secondo cui la certezza consegue alla conoscenza della verità attraverso l’atto della reflexio, anteriore all’enunciazione del giudizio formale: nella prima reflexio sull’oggetto percepito i contenuti della cognizione primaria presenti nella dispositio rei del fantasma immaginativo si offrono quali giudizi virtuali, compreso quello che tale oggetto è realmente esistente, fondanti l’atto formale di giudizio; nella seconda reflexio viene intuita la natura dell’atto dell’intelletto, ossia la natura della verità in sé. La reflexio è il criterio prefilosofico della verità, anteriore a qualsiasi teoria epistemologica, che, infatti, è fondata sulla natura critica dell’atto della reflexio risultante nel giudizio che afferma o nega la conformità alla realtà del contenuto della rappresentazione dell’intuizione. La concezione tomista dell’abilità critica dell’intelletto di discernere nell’esperienza ciò che è o non è rende epistemicamente possibile, conclude Slattery, l’idea liviana del senso comune quale criterio aletico intuito, affrancandolo da ogni interpretazione che lo consideri irrazionale.

Ho cercato di esporre le linee portanti di questo denso e ampio volume di impegnativa lettura, come articolati e non semplici sono la metafisica dell’Aquinate e la logica aletica di Livi, poiché ritengo non solo opportuno, ma anche necessario che la riflessione su tali tematiche varchi il ristretto àmbito dei filosofi per suscitare l’interesse di un pubblico più ampio, che abbia a cuore la cultura e la fede cristiana. Infatti, anche il mero disinteressarsi alla questione della conoscenza del vero possibile all’uomo e dei fondamenti razionali della fede equivale ad accettare il relativismo imperante che, negando la conoscibilità della verità, sostituita da opinioni meramente soggettive, rende le persone asservite alle mode intellettuali o, peggio, emotive del momento.

Matteo Andolfo

 

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Note

(1) Cfr A. Livi, Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede, Edizioni Ares, Milano 1990; seconda edizione rielaborata: Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2010. Antonio Livi è professore emerito di Filosofia della conoscenza nell’Università Lateranense di Roma, presidente dell’Unione Apostolica «Fides et ratio» e dell’ISCA (International Science and Commonsense Association).

(2) Il termine «aletico» deriva dal greco aletheia, «verità», e qualifica una logica che ricerca i criteri in base ai quali il contenuto della conoscenza può dirsi vero e non meramente coerente con le leggi della logica formale. Il carattere olistico della logica aletica dipende dal fatto che nell’ordine logico tutti i pensieri sono un possesso intenzionale delle realtà, le quali sul piano metafisico sono connesse dall’analogia dell’ente, essendo correlate riguardo al loro atto d’essere e al fatto di essere fisicamente tali (essenza, natura e proprietà).

(3) L’autore, ordinato sacerdote da Giovanni Paolo II nel 1991, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia all’Università Gregoriana e la licenza in Teologia all’Università Lateranense di Roma.

(4) Le stesse certezze del senso comune sono interconnesse in quanto derivano le une dalle altre e tutte dalla prima.

(5) Infatti, se si negano le certezze del senso comune, dall’esistenza del mondo a quella di Dio, e con esse il realismo e i praeambula fidei, non possono essere più proposte come verità né la divinità di Cristo né gli altri dogmi cristiani desunti dalla rivelazione e la fede si riduce a fideismo irrazionale, meramente opzionale.

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