L’amore per l’Eucarestia

La nostra Casa Editrice ha pubblicato, nel 2014, un volume che raccoglie alcuni documenti del cardinal Giuseppe Siri (1906-1989), arcivescovo metropolita di Genova dal 1946 al 1987. Si tratta di lettere al clero e ai fedeli, comunicati e decreti che vanno dal 1955 al 1972 e che riguardano la valorizzazione della vita liturgica e sacramentale della sua Diocesi. In particolare, gli interventi raccolti esortano i cristiani a partecipare con la massima consapevolezza possibile al Santo Sacrificio della Messa, mostrando così la centralità, per la vita interiore di ogni cristiano, del culto eucaristico.

Nel corso della sua storia, infatti, la Chiesa si è sempre preoccupata di trovare nuovi mezzi per portare a tutti il prezioso dono della fede, nuove vie per testimoniare la luce di Cristo, Via Verità e Vita (cfr. Gv 14, 6). Tale desiderio, che scaturisce dal cuore stesso di Dio, presenta ovviamente delle costanti, poiché il variare di cose accidentali non vuol dire cambiamento di quelle sostanziali; si tratta di approfondimenti dell’identica verità che parla all’uomo di ogni tempo. Una di tali costanti è, e non poteva essere altrimenti, l’amore per il Sacramento dell’Altare dove, come affermava il card. Giuseppe Siri, «la Maestà è identificata coll’amore di Dio e, se non cessano le esigenze della prima, che va adorata, non è preclusa la confidenza amica di chi riconosce la Maestà coll’amore» (G. Siri, La presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, in Id., Dogma e Liturgia, Leonardo da Vinci, Roma 2014, pag. 61).

Tale dinamica, che vede l’intreccio di adorazione e confidenza, la troviamo senza dubbio nella vita dei santi. Leggendo la storia della loro vita notiamo, infatti, che l’ardente desiderio missionario di portare a tutti Cristo è nato, cresciuto e si è rafforzato dinanzi al tabernacolo, dinanzi a quel documento d’amore che Tommaso d’Aquino definiva il «sacramento della carità» (Summa theologiae III, q. 73, a. 3) e che il piccolo san Domenico Savio considerava, giustamente, la sua più grande felicità qui in terra.

La definizione dell’Aquinate, poc’anzi riportata, è anche il titolo di un _196459importante documento magisteriale: l’esortazione apostolica postsinodale di papa Benedetto XVI pubblicata nel 2007 (Cfr. N. Bux, Dogma e liturgia nel dibattito teologico attuale, postfazione a G. Siri, Dogma e liturgia, cit., pp. 217-223). Il predecessore di Francesco ha posto, com’è noto, la sua attenzione proprio sull’Eucarestia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa; in particolare, al n. 84 leggiamo: «Nell’Ultima Cena Gesù affida ai suoi discepoli il Sacramento che attualizza il sacrificio da lui fatto di se stesso in obbedienza al Padre per la salvezza di tutti noi. Non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costitutiva della forma eucaristica dell’esistenza cristiana la tensione missionaria». E nella Costituzione Sacrosanctum concilium del Concilio Vaticano II, al n. 47, leggiamo: «Il nostro Salvatore nell’Ultima Cena, nella notte in cui veniva tradito, istituì il Sacrificio Eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli fino al suo ritorno, il Sacrificio della Croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa il memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale di riceve Cristo, l’anima viene colmata di grazia e ci è donato il pegno della gloria futura».

In questo passo, come in altri, Benedetto XVI mostra l’intimo legame che c’è tra l’annuncio della fede (la missione della Chiesa) e il Sacramento dell’Altare, ponendo, quindi, la radice del primo nel fertile terreno del mirabile dono che Gesù fa all’umanità. Il tesoro della fede che noi possediamo va donato anche agli altri, così com’è stato donato a noi, ma tale dinamica non deve mai ignorare un fatto fondamentale, vale a dire che essa prende avvio, come dice il papa, dal Cuore stesso di Dio: immagine bellissima che richiama quella delle grandi acque di un fiume che, sgorgate dalle alti sorgenti della montagna, scorrono fino alle valli, dissetando e portando refrigerio. Per continuare la metafora, possiamo dire che, come le acque del fiume non possono vivere senza la sorgente e portare refrigerio, così il cristiano non può testimoniare la propria fede staccando la sua tensione missionaria dalla contemplazione della sorgente di Grazia da cui proviene, il Cuore di Cristo stesso, dalla contemplazione del suo infinito amore. È per amore che Egli ha assunto la nostra natura umana, per amore ha posto la sua dimora tra noi, per amore ha lavorato, per amore ci ha illuminato con la sua dottrina, per amore ha sanato le nostre ferite: è l’amore a ogni Suo dogmapasso, sino al sacrificio della croce (cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est), per poi mostrare tale amore nell’Eucarestia. In essa «si rivela il disegno di amore che guida tutta la storia della salvezza (cfr. Ef 1,10; 3,8-11). In essa il Deus Trinitas, che in se stesso è amore (cfr. 1 Gv 4,7-8), si coinvolge pienamente con la nostra condizione umana. Nel pane e nel vino, sotto le cui apparenze Cristo si dona a noi nella cena pasquale (cfr. Lc 22, 14-20; 1 Cor 11,23-26), è l’intera vita divina che ci raggiunge e si partecipa a noi nella forma del Sacramento»; sicché «quanto più nel cuore del popolo cristiano sarà vivo l’amore per l’Eucarestia, tanto più gli sarà chiaro il compito della missione: portare Cristo» (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 8).

Il filosofo e teologo domenicano Garrigou-Lagrange, grande maestro di spiritualità, così si esprimeva, meditando questo grande mistero: «In virtù di questo stesso principio [scil.: Il bene è diffusivo per natura, e più è perfetto, più si dona pienamente e intimamente], era conveniente, dice San Tommaso, che Dio non si accontentasse di crearci, di donarci l’esistenza, la vita, l’intelligenza, la Grazia santificante, partecipazione della sua natura, ma che ci donasse Se stesso in persona attraverso l’Incarnazione del Verbo. Ma Egli ha fatto infinitamente di più, Egli ha voluto donarci Suo Figlio in persona, come Redentore. Gesù, sacerdote per l’eternità e salvatore dell’umanità, ha voluto, anche Lui, donarci perfettamente Sé stesso, in tutto il corso della sua vita terrena, soprattutto nell’Ultima Cena, sul Calvario, e non cessa di donarSi tutti i giorni nella Santa Messa e nella Santa Comunione. Niente può mostrarci in modo migliore di questo dono così perfetto di Sé, la ricchezza del Cuore sacerdotale ed eucaristico di Nostro Signore Gesù Cristo. E niente può motivare meglio l’azione di grazie speciale dovuto a Nostro Signore per l’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio. Egli stesso ha detto: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (R. Garrigou-Lagrange, Il cuore eucaristico di Gesù e il dono perfetto di se stesso, in La Vie Spirituelle, n° 147, T. XXIX, n° 3, 1° dicembre 1931). E in un’altra opera: «L’Eucarestia è il più grande dei Sacramenti perché non solo contiene la grazia, ma l’Autore stesso della grazia. È il Sacramento di Amore, perché è il frutto dell’amore che si dona, ed ha per effetto principale l’accrescere in noi l’amore di Dio e delle anime in Dio» (R. Garrigou-Lagrange, Le tre età della vita interiore, 4 voll., Edizioni Viverein, Roma 20112, vol. II, pag. 179).

Come non provare meraviglia dinanzi a una simile realtà: il Creatore del mondo si fa cibo e sostegno della nostra debolezza. Ed è proprio volgendo attenzione a un sì grande mistero che possiamo comprendere con sempre maggiore profondità il compito della Chiesa, la sua missione: portare Cristo, divenendo sempre più simile a Lui. «In ogni atto della vita il cristiano è chiamato ad esprimere il vero culto a Dio. Da qui prende forma la natura intrinsecamente eucaristica della vita cristiana. In quanto coinvolge la realtà umana del credente nella sua concretezza quotidiana, l’Eucarestia rende possibile, giorno dopo giorno, la progressiva trasfigurazione dell’uomo chiamato per grazia ad essere immagine del Figlio di Dio» (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 71).

Più cresce tale consapevolezza, più ogni battezzato può vivere pienamente la sua fede; può vivere, come dice ancora Benedetto XVI, secondo la domenica: «Questa radicale novità che l’Eucarestia introduce nella vita dell’uomo si è rivelata alla coscienza cristiana fin dall’inizio. I fedeli hanno subito percepito il profondo influsso che la Celebrazione eucaristica esercitava sullo stile della loro vita. Sant’Ignazio di Antiochia esprimeva questa verità qualificando i cristiani come «coloro che sono giunti alla nuova speranza», e li presentava come coloro che vivono «secondo la domenica» (iuxta dominicam viventes). Questa formula del gran martire antiocheno mette chiaramente in luce il nesso tra la realtà eucaristica e l’esistenza cristiana nella sua quotidianità» (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 72).

La vera sapienza, per concludere, non consiste solo nella conoscenza di Colui che è, ma anche – e direi soprattutto – nella conoscenza di Colui che salva; consiste nella conoscenza del mistero nascosto nella mente e nel cuore di Dio, mistero rivelato da Gesù nel tempo: questo è il primo passo che apre, alla nostra storia, la porta dell’eterno luogo della vera felicità.

Giovanni Covino

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  1. Antonio Livi Rispondi

    Quello che scrive il prof. Covino circa l’mportanza di pensare a Dio come “Colui che salva” è giusto e opportuno: ma bisogna inquadrare il discorso nella metafisica cristiana, che non distingue in Dio l’essere dal progetto salvifico, la verità dall’amore. Altrimenti si corre il rischio di scivolare nell’antimetafisica lutaerana, che professa la fede fiduciale nel “Dio che è per me”, disinteressandosi del “Dio che è in sé”,

  2. Giovanni Covino Rispondi

    Ha perfettamente ragione! L’ultima frase che Lei ha commentato deve essere letta in relazione a quanto detto prima nell’articolo, evitando di dissociare “Colui che è” da “Colui che salva” in linea con la metafisica dell’Esodo di cui parla il Suo maestro Gilson.

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