Come la verità viene al soggetto

Antonio Livi, partendo esplicitamente dal realismo gnoseologico del suo maestro Étienne Gilson (1884-1978), ha elaborato una riflessione filosofica nella quale è presente la nozione moderna di senso comune come insieme organico di verità da cui ogni soggetto parte e che si presenta, per tale ragione, anche come il punto di partenza della stessa indagine filosofica. Si tratta – come si può facilmente notare – di un tema di grande rilievo non solo in ambito filosofico, ma anche in ambito teologico, come rilevava, già agli inizi del Novecento, il filosofo e teologo domenicano Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964) nel suo celebre saggio Le Sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques: «Ces dernières années le problème de la nature et de la portée du sens commun ou intelligence naturelle a été de nouveau posé à propos de questions les plus graves sur la valeur des nos connaissances primordiales et fondamentales: connaissance des premiers principes rationnels, commun à tous les hommes, et de la loi morale, nécessaire à la vie des individus et des peuples; connaissance naturelle de l’existence de Dieu, principe e fin de toutes choses; connaissance des mystères surnaturels dont révélation s’exprime en termes de sens commun pour être accessible à toutes les intelligences de tous les pays et de tous les temps» (Réginald Garrigou-Lagrange, Le sens commun, Nouvelle Librairie Nationale, Paris 1922, p. 19).

Facendo ricorso a questa nozione, sulla scia dei filosofi or ora citati (e di altri come Jacques Maritain, 1882-1973), Livi, oltre al rigoroso impegno profuso soprattutto nell’ambito logico e metafisico, ha potuto svolgere apprezzate e notevoli riflessioni anche per quanto concerne il rapporto tra ragione e fede, tra dato rivelato e riflessione filosofica, tra scienza dell’esperienza e scienza della fede.

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Ora, quanto detto viene riassunto nel suo ultimo trattato, intitolato Le leggi del pensiero, con il quale egli conclude appunto la sua «ricerca logico-epistemica durata cinquant’anni» (Antonio Livi, Le leggi del pensiero, Casa Editrice Leonardo da Vinci, p. 7; d’ora in avanti citerò il testo con la sigla LP seguita dal numero della pagina), nel corso dei quali – come è stato mostrato – le tematiche enunciate, pur appartenendo ad ambiti diversi, sono state trattate tutte perseguendo «un unico obiettivo critico», vale a dire «la determinazione o “adeguata giustificazione epistemica” della certezza, tanto nelle tre forme della conoscenza ordinaria (esperienza, inferenza, fede in una testimonianza) quanto nelle diverse forme della conoscenza scientifica (scienze della natura, scienze dell’uomo e della società, matematica e metafisica)» (LP, 7).

Il volume, pubblicato nella collana “Propedeutica filosofica” della Casa Editrice Leonardo da Vinci, potrebbe essere introdotto dalle parole di un celebre filosofo spagnolo, Jaime Luciano Antonio Balmes (1810-1848), tratte da uno dei suoi libri più significativi:

«L’arte di pensare bene non interessa soltanto i filosofi, ma anche le persone più semplici. L’intelletto è un dono prezioso che ci ha concesso il Creatore, è la luce che ci ha dato per guidarci nelle nostre azioni; ed è chiaro che uno dei primi pensieri che deve occupare l’uomo è di tenere ben regolata questa luce. Se ci manca restiamo al buio, andiamo a tentoni; e per questo motivo è necessario non lasciare che si estingua» (Jaime Balmes, Il Criterio, tr. it., Società Editrice Dante Alighieri, Milano-Roma-Napoli 1928, p. 7).

Nel corso della storia sono stati numerosi i filosofi che si sono cimentati nel tentativo di delineare un “criterio” per pensare bene, per «tener ben regolata questa luce». Il libro di Livi apparentemente si inserisce proprio in questa linea di ricerca, ma non è così: esso, infatti, non si presenta come una semplice enunciazione di regole che vengono imposte, per così dire, dall’esterno come una «una tecnica per ben pensare» (LP, 161) come in parte è il libro di Balmes citato; non si tratta di regole morali per il pensiero, bensì di una trattazione dall’interno, cioè la chiarificazione della struttura stessa del pensiero e, di conseguenza, il rilevamento delle necessità che lo regolano: per tale ragione Antonio Livi parla di filosofia della logica, vale a dire un discorso rigoroso (= filosofia) sulle leggi che regolano i nostri processi mentali (= della logica); da qui anche il titolo del volume Le leggi del pensiero.

L’Autore, infatti, espone, nella prima parte (“Come la verità viene al soggetto”), quelle che egli ritiene le vere leggi del pensiero, mentre, nella seconda parte (“Come le leggi del pensiero determinano l’agire comunicativo”), si sofferma sulla possibilità e i limiti della comunicazione del pensiero tra soggetti diversi (cfr. LP, 7-11).

In questo modo, il trattato di Livi giunge a dimostrare che «il nucleo fondamentale della logica come prassi naturale è la logica “aletica”, quella per cui ogni soggetto necessariamente: (a) privilegia il “valore-verità” su tutti gli altri valori che tramite la riflessione può rilevare nel proprio pensiero e che può poi confrontare criticamente nel pensiero altrui tramite la comunicazione linguistica; e per questo (b) assume come determinazione ultima del “valore-verità” il corretto e adeguato rapporto di ogni ipotesi di giudizio con tutti i suoi presupposti» (LP, 9). Visto che si tratta di un testo propedeutico, l’Autore aggiunge opportunamente alla fine un “Glossario dei termini logico-epistemici” e una “Bibliografia complementare”, nella quale i lettori potranno trovare testi utili per approfondire i temi da lui trattati.

La parte più importante del trattato riguarda l’enunciazione delle leggi del pensiero su cui è opportuno soffermarsi brevemente. Antonio Livi parla di cinque leggi:

  • la legge dell’intenzionalità → Con il pensiero il soggetto pensa sempre qualcosa di determinato. – Non esiste un pensiero puro, ma quando si parla di pensiero si riferisce sempre a quell’atto mentale mai privo di contenuto: «il pensiero ha necessariamente un contenuto e questo contenuto non coincide con l’atto di pensare» (LP, 55). Il pensiero, insomma, ha sempre un referente e questo «pensare qualcosa di qualcosa altro non è che la conoscenza» (LP, 56);
  • la legge della predicabilità → Il movimento del pensiero termina sempre nella constatazione riflessiva della presenza di qualcosa alla coscienza. – La presenza di una determinata cosa alla coscienza del soggetto è espressa sempre da un giudizio: «il sapere determinato circa ogni oggetto (aspetto intenzionato della realtà) avviene con il giudizio, ossia con l’atto mentale di affermare o negare qualcosa di determinato in riferimento ad una determinata cosa» (LP, 60);
  • la legge della consistenza o giustificabilità → Il pensiero non si formalizza come giudizio se non quando l’assenso a una determinata ipotesi è reso necessario dalla sua adeguata giustificazione. – Ogni soggetto può dare il proprio assenso ad un giudizio quando si presenta alla sua coscienza l’evidenza dell’adeguata giustificazione epistemica: il giudizio, in altre parole, si presenta come vero e ciò porta il soggetto ad esprimerlo con certezza (cfr. LP, 67-80);
  • la legge dell’assolutezza e della relatività dei giudizi → In ogni giudizio, l’assenso della mente ha sempre il carattere dell’assolutezza, anche nei casi di giudizi modali che comportino la relatività dell’oggetto. – Ogni giudizio è sempre affermato dal soggetto con assolutezza dal punto di vista formale, cosa che non toglie i limiti riguardo alla materia del giudizio, cioè in relazione alla cosa conosciuta: si tratta di tener ben presente che ogni giudizio può essere riformulato qualora si raggiungesse una conoscenza più adeguata della cosa conosciuta. Livi riporta come esempio il giudizio di affidabilità di una persona che può cambiare a seconda del comportamento della stessa, ma gli esempi possono moltiplicarsi. In un dato momento affermo «Dio non esiste, il mondo si spiega da sé, è in se stesso divino»: questo giudizio è dato dalla percezione di un tutto organizzato che mostra qualcosa che senz’alcun dubbio è grandioso, maestoso; da qui formuliamo il giudizio espresso poc’anzi. Tuttavia, osservando bene la realtà assumiamo altri dati (come per es. la nascita e la morte) che, oltre alla maestosità del cosmo (che è un dato certo), mostrano una certa imperfezione, una finitezza, un limite: questi dati ci costringono a riformulare il giudizio «Il mondo è qualcosa di maestoso, ma non si spiega da sé; è necessario un’altra causa». Quindi abbiamo un “ripensamento”, cioè nient’altro che un «aggiornamento del proprio giudizio grazie all’acquisizione di nuovi dati» (LP, 82);
  • la legge della coerenza materiale → La giustificazione epistemica di ogni giudizio è in relazione con l’intero universo della verità logica, che come suo centro il senso comune. – Nel suo processo, il pensiero deve far riferimento alla «struttura olistica della verità logica» (LP, 93): i pensieri insomma non sono un insieme disconnesso di giudizi, ma fanno riferimento a un tutto che fa capo ai primissimi giudizi che formano quello che modernamente è definito il «senso comune». L’Autore conferma la propria tesi, citando Tommaso d’Aquino che nella Summa Theologiæ afferma: «Est ergo dicendum quod cognitio singularium est prior quoad nos quam cognitio universalium, sicut cognitio sensitiva quam cognitio intellectiva. Sed tam secundum sensum quam secundum intellectum, cognitio magis communis est prior quam cognitio minus communis» (I, q. 85, a. 3, c.). La conoscenza comune di cui si parla viene sistematizzata dal filosofo toscano in cinque giudizi che sono il presupposto per far sì che ogni giudizio sia coerente dal punto di vista materiale (cfr. LP, 100-108).

 

Queste cinque leggi sono quindi la struttura stessa dell’attività pensante, sono le leggi intrinseche ai «processi naturali dell’intelletto nella determinazione, al livello della coscienza individuale, delle condizioni di possibilità per l’emissione di un determinato giudizio» (LP, 55).

Detto ciò, passiamo brevemente alla seconda parte del trattato che – come ho già detto precedentemente – si sofferma sulla possibilità di comunicare ad altri il proprio pensiero: «Nella comunicazione interpersonale ogni soggetto tenta di condividere con altri soggetti la propria soggettività che comprende anche la sfera affettiva e volitiva […] ma quello che qui interessa è la comunicazione dei pensieri, ossia dei giudizi» (LP, 119). Anche in questa parte del trattato, la cosa più importante concerne la presupposizione: ogni dialogo può raggiungere il proprio fine (la condivisione dei dati) solo sulla base di un terreno comune; ci sono alcune conoscenze certe che fanno da naturale preambolo al rapporto dialogico tra soggetti, conoscenze che permettono quindi la stessa comunicazione. Attraverso il rispetto di queste leggi è possibile comunicare e non tradire la «dimensione etica della comunicazione interpersonale» (cfr. LP, 133-136).

Ho trattato brevemente di quelli che sono, a mio giudizio, i temi più importanti del volume che meriterebbe ovviamente ulteriori approfondimenti per le sottili distinzioni che vi si trovano. Al termine di questa presentazione non posso che consigliarne vivamente la lettura, una lettura che deve essere fatta con quello spirito di meraviglia che ha animato, ed anima, ogni filosofo: questi si stupisce dinanzi al mistero della realtà, ma in questa stessa realtà trova qualcosa che si presenta come stupore nello stupore: il pensiero.

 

Giovanni Covino

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