Natura e leggi del pensiero umano

In un recente articolo (su Sc 671, gennaio 2017, pp. 34-36) ho esposto con condivisione la tesi di Vittorio Possenti sul realismo metafisico quale migliore filosofia postmoderna. Quale ideale approfondimento di tale proposta ripercorrerò sinteticamente lo studio di Antonio Livi (1), Le leggi del pensiero. Come la verità viene al soggetto (Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2016, pp. 244, euro 22), un testo di filosofia della logica o «meta-logica», vale a

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dire «una riflessione sistematica sul pensiero umano, sia intuitivo sia discorsivo, condotta con l’intenzione di stabilire quale sia la natura del pensiero e quali siano le leggi che ne regolano i procedimenti» (p. 35), al fine di determinare l’adeguata «giustificazione epistemica», ossia il fondamento, della certezza nelle tre forme della conoscenza ordinaria (l’esperienza diretta, l’inferenza mediata e la fede in una testimonianza) e nelle varie forme della conoscenza scientifica (dalle scienze della natura, dell’uomo e della società a quelle matematiche e alla metafisica).

La prima legge del pensiero che Livi individua è quella dell’intenzionalità, nozione che indica la natura del pensiero stesso: l’oggetto conosciuto viene assimilato dal soggetto conoscente proprio come altro da sé, ossia il pensiero ha necessariamente un contenuto, che non coincide con l’atto di pensare nemmeno quando il soggetto rifletta sui propri pensieri e che è il trasparire della realtà come in sé dotata di intelligibilità; lo conferma il fatto che essa è una determinata attualità d’essere irriducibile alla nostra soggettività. Infatti, la prima condizione affinché si dia un pensiero è la percezione sensoriale di un oggetto. Nell’uomo la sensibilità è accompagnata dalla coscienza di percepire. L’attività intellettiva consiste nel pensare l’oggetto percepito come esistente e poi, mediante l’astrazione, come dotato di un’essenza intelligibile, di un significato razionale con validità universale espresso nel concetto, applicabile a tutti gli oggetti aventi la medesima natura di quello percepito. Solo l’intelletto, che è immateriale, può cogliere la «forma» metafisica (l’aspetto universale) dell’oggetto, altrettanto immateriale. Tuttavia, la conoscenza si conclude e si perfeziona solo quando i concetti sono collegati tra loro tramite l’affermazione dell’essere nel giudizio, in cui il predicato attribuisce all’oggetto (che nel giudizio funge da soggetto) o l’esistenza in atto (giudizi esistenziali) o una determinata qualità (giudizi attributivi). In ogni momento e circostanza il soggetto pensante afferma o nega qualcosa (il contenuto del pensare) riguardo a qualcosa (l’aspetto della realtà intenzionato).

La seconda legge è, pertanto, quella della predicabilità: «Il giudizio è il momento nel quale il processo della conoscenza raggiunge il suo obiettivo, ossia l’apprensione del reale» (p. 29). Infatti, nel giudizio il soggetto esprime la consapevolezza di aver conosciuto adeguatamente l’oggetto, sia pure solo nell’aspetto secondo cui lo ha intenzionato e in relazione anche alla prospettiva da cui il soggetto considera la realtà. Non c’è altra formula della verità se non la corrispondenza del giudizio con il suo oggetto, ossia la conformità dell’enunciato con la realtà oggettiva. Allora, si deve riconoscere che ogni forma di pensiero va ricondotta alla razionalità come «rettitudine» o «adeguazione» del rapporto tra soggetto e oggetto, nella quale consiste la verità logica, distinta dalla verità ontologica, proprietà trascendentale dell’essere, che indica l’intrinseca intelligibilità del reale. Rispetto alla dimensione esclusivamente formale della logica moderna e contemporanea, non a caso connessa al carattere antimetafisico di gran parte delle correnti filosofiche di queste due epoche, il realismo metafisico reintroduce il tema della verità (aletheia) nella logica quale dimensione materiale del pensiero (il reale intenzionato dall’atto di pensiero).

La terza è la legge della giustificabilità di ogni possibile giudizio: se la verità risulta «dal confronto di una data ipotesi di giudizio con i dati effettivamente in possesso del soggetto nel momento in cui si accinge a giudicare» (p. 65), la certezza con cui il soggetto esprime mediante il giudizio l’assenso a una data ipotesi consegue all’evidenza che quest’ultima ha un’adeguata giustificazione, ossia è la sola pensabile come vera in quel momento, con l’esclusione di ogni altra ipotesi. Di conseguenza, nel pensiero certezza e verità logica si identificano (2). Riguardo al processo con cui si perviene al giudizio si distinguono: la certezza esperienziale, ossia immediata; la certezza inferenziale o per ragionamento, ossia mediata; la certezza indiretta, vale a dire per testimonianza (è propria della fede nella testimonianza degli Apostoli, della ricerca storica e dell’attività giudiziaria).

La quarta legge è quella della relatività e assolutezza dei giudizi: in ogni giudizio l’assenso della mente ha sempre il carattere dell’assolutezza (in conseguenza della terza legge), anche quando il giudizio esprime solo un’opinione, essendo il soggetto in quel momento assolutamente certo di poter affermare soltanto qualcosa di relativamente vero. Infatti, la certezza del giudizio è sempre assoluta perché esprime ciò che al soggetto risulta evidente in quel dato momento, sicché la maggior parte dei nostri giudizi sono riformabili in quanto esprimono la conoscenza dell’esistenza e dell’essenza o proprietà degli enti relativamente al soggetto, al tempo e al luogo (3); tra il giudizio riformabile originario e quello riformato successivo non vi è, pertanto, contraddizione sostanziale, bensì esclusivamente differenza accidentale, perché riguarda la variabile della mutata situazione del soggetto nel giudicare. Invece, vi sono alcuni giudizi irreformabili, in quanto incontrovertibili e indubitabili, e vertono sui primi princìpi speculativi e pratici e sul «senso comune» (di cui si parlerà tra breve) (4).

La quinta e ultima legge del pensiero è quella della coerenza materiale di tutti i giudizi tra loro: un soggetto pensante può assentire a una nuova ipotesi di verità solo se quest’ultima implica la conferma dei precedenti giudizi irreformabili, ultimativamente di quelli iniziali del senso comune, e l’eventuale rettifica di quelli riformabili. Ogni nuovo giudizio dipende dai precedenti, sino a individuare quelli presupposti dall’intera «catena delle presupposizioni», operanti nella conoscenza umana anche qualora non siano consapevolmente riconosciuti, esplicitati e giustificati: si tratta dell’esperienza fondamentale e comune a tutti, per questo denominata senso comune, nella quale la filosofia della logica individua cinque evidenze primarie, ossia immediate (non ulteriormente fondabili) e incontrovertibili, formulabili come giudizi di esistenza legati geneticamente l’uno all’altro e tutti al primo, a cui spetta il primato fondativo assoluto: «Esiste un mondo di enti mutevoli e molteplici» (res sunt). «Infatti, così come le “res”, oggetto dell’esperienza, sono tutte collegate tra loro da rapporti di similitudine (quantitativa o qualitativa), di contiguità (spaziale o temporale) e soprattutto di causalità (attiva o passiva), così, di conseguenza, il soggetto dell’esperienza deve necessariamente collegare i suoi giudizi, nella consapevolezza che ogni singolo giudizio può costituire il presupposto logico di altri giudizi, mentre a sua volta dipende da altri che ne costituiscono i presupposti» (pp. 154-155). Tra questi enti «ci sono io, che conosco il mondo» (secondo giudizio del senso comune: emergenza del soggetto autocosciente in opposizione ai suoi oggetti di conoscenza), e «altri soggetti simili a me» (terzo: fondamento della logica del consenso intersoggettivo), con i quali «ho rapporti di libertà e responsabilità, che trascendono le leggi fisiche» (quarto: esistenza della legge morale naturale). La contingenza dell’ordine naturale che lega tra loro gli enti del mondo esige l’esistenza di un’Intelligenza creatrice e ordinatrice, causa prima e fine ultimo del reale (quinto: teismo come riconoscimento del Fondamento trascendente). Singolarmente considerati, questi cinque giudizi possono costituire la materia delle ricerche scientifiche settoriali, sicché anche le scienze devono essere logicamente compatibili con il senso comune (5), mentre considerati nel loro insieme, con particolare accentuazione del primo e del quinto, costituiscono l’oggetto della ricerca metafisica in quanto problematizzazione radicale dell’essere dato nell’esperienza immediata (6) e giustificazione della posizione del Trascendente. Così il senso comune costituisce la premessa razionale della fede nella Rivelazione. Come non tutte le ipotesi di giudizio possono essere verificate in modo da essere indubitabili, ossia scientifiche (episteme), ma rimangono al livello dell’opinione (doxa) o del mistero sovrarazionale, così non tutte le ipotesi di giudizio adeguatamente verificate possono essere asserite apoditticamente, come verità assoluta inconfutabile, ma solo come verità relativa perfezionabile e rettificabile nel tempo. «Se la conoscenza è essenzialmente un rapporto tra il soggetto e l’oggetto, allora non è essenziale che la conoscenza sia comunicata, ossia che serva a stabilire un rapporto tra soggetti (intersoggettività), né tantomeno è da presupporre che sia tale rapporto [il consenso intersoggettivo] a fondare la conoscenza» (p. 170). Al contrario, la filosofia della logica è anche in grado di rilevare le leggi naturali che regolano i processi di comunicazione del pensiero, rendendo possibile il consenso intersoggettivo circa la verità di un’ipotesi.

La seconda parte del saggio di Livi è volta a enucleare le leggi dell’agire comunicativo.

La prima è che il consenso sulla verità di un giudizio espresso da un altro soggetto dipende esclusivamente dalla possibilità che l’ascoltatore possa ripercorrere nella propria coscienza il processo. Le quattro leggi del consenso mentale che ha condotto il parlante all’assenso e questo significa che l’ascoltatore dovrà verificare nella propria coscienza se sussiste un’adeguata giustificazione epistemica del giudizio del parlante. In altri termini, la logica del consenso si fonda su quella dell’assenso e sulle sue cinque leggi precedentemente esposte.

La seconda legge è che solo la logica aletica (veritativa) risponde alle più essenziali esigenze della comunicazione in quanto, a differenza della logica formale, che si ferma all’esame della dimensione semantica dei termini del discorso, tematizza l’aspetto veritativo di quest’ultimo. Infatti, chi ascolta il discorso non si accontenta di capire solo che cosa vuol dire colui che ha parlato, ma anche se è vero quanto è stato detto e per farlo dev’essere messo in condizione di riallacciarsi ai motivi per cui il parlante ha giudicato vero l’oggetto del proprio discorso.

La terza prescrive il rispetto della dimensione etica della comunicazione interpersonale. Dato che non vi è modo per stabilire se il parlante sia interiormente certo del carattere indubitabile oppure opinabile dei giudizi che espone come, rispettivamente, indubitabili oppure opinabili, diviene essenziale il rispetto dei princìpi etici dell’agire comunicativo e delle leggi del pensiero anche nel momento della comunicazione dialogica (7).

La quarta legge è quella della pensabilità e impensabilità dell’enunciato proposto da altri. Una pregiudiziale assoluta di impensabilità e perciò di impossibilità del consenso è che l’enunciato sia una contraddizione in termini, che si ha innanzitutto quando esso è contrario alle evidenze indubitabili del senso comune. Invece, la pensabilità di un enunciato e pertanto la possibilità del consenso è che sia conforme a presupposti aletici correttamente disposti nel loro rapporto gerarchico di fondazione, ossia che i giudizi predicativi siano fondati su quelli esistenziali, tra i quali i fondamenti ultimativi sono quelli del senso comune. In conclusione, per verificare se un’ipotesi di giudizio sia asseribile con certezza occorre individuarne il fondamento logico nelle certezze già validamente acquisite con l’esperienza, il raziocinio e la fede, ma anche queste vanno ricollegate al loro fondamento ultimo, l’evidenza immediata del senso comune, che fonda anche i giudizi di tipo normativo a carattere trascendentale, ossia i primi princìpi logici, metafisici e morali. La prima certezza del senso comune è la giustificazione epistemica assoluta, individuata dalla logica aletica, del realismo metafisico quale metodo della filosofia, che intende il pensiero (logos) come conoscenza di qualcosa di extrasoggettivo, che ha l’essere di per sé e non per il fatto di essere intenzionato da un soggetto. Pertanto, il realismo metafisico, tematizzazione consapevole del realismo naturale insito nel senso comune, altro non è se non il metodo che la filosofia necessariamente adotta quando riconosce le leggi del pensiero, a cominciare dalla prima, quella dell’intenzionalità.

Matteo Andolfo

Studi cattolici 675, maggio 2017, pp. 361-363

 

 

Note

(1) Antonio Livi è professore emerito di Filosofia della conoscenza nell’Università Lateranense di Roma, presidente dell’Unione Apostolica «Fides et ratio» e dell’ISCA (International Science and Commonsense Association).

(2) Nel contempo, si deve aggiungere che in relazione con la natura ontologica dell’oggetto si possono distinguere: la certezza fisica, che riguarda l’esistenza, l’essenza, le qualità e la percezione degli enti sensibili; la certezza metafisica, che rapporta questi ultimi ai primi princìpi dell’essere, a cominciare da quello di non contraddizione (ne è esempio la certezza giudiziaria che una persona non è colpevole di un delitto se ha un alibi, perché è contraddittorio ammettere che essa fosse in due luoghi diversi contemporaneamente); la certezza morale, che riguarda i rapporti etici tra le persone ed è alla base della fiducia non acritica negli altri; la certezza logica, che concerne le relazioni tra le conoscenze, come le premesse e le conclusioni di un ragionamento; la certezza matematica, che riguarda la quantità estesa e quella discreta dei corpi. Attualmente si mira a raggiungere quest’ultimo tipo di certezza in tutti gli àmbiti, dalle scienze naturali alla psicologia, alla politica ecc., trascurando erroneamente il fatto che la matematica esclude da sé tutto ciò che non è quantità, comprese la vita e le relazioni, ossia quanto è propriamente umano.

(3) I giudizi riformabili sono perfettibili a causa dei condizionamenti soggettivi e dei limiti oggettivi della conoscenza: l’intelletto umano ha come oggetto proprio e immediato solo l’essenza degli enti sensibili e non ha idee innate, conoscenze indipendenti dall’esperienza, ossia è in potenza e passivo rispetto a tutte le forme intelligibili, che, inoltre, essendo concetti universali, costringono l’intelletto a fare sempre ritorno alla percezione per riferire a quell’oggetto singolo concretamente esistente l’essenza che ha intuito e conoscere così le sostanze individuali. Per questo la conoscenza degli enti esistenti in concreto (la cui esistenza non è posta dal pensiero) è la prima certezza conoscitiva.

(4) La riformabilità dei giudizi costituisce l’autentico significato della massima di Socrate e di Cusano secondo cui il vero sapiente «sa di non sapere», mentre il fatto che ogni giudizio sia un’affermazione di verità assoluta, sia pure entro i limiti appena segnalati, sottrae ogni legittimità a qualsiasi forma di scetticismo, fallibilismo e pensiero debole. Gli scettici giustificano la propria posizione richiamandosi all’innegabile esperienza universale dell’errore, ma per capire di essersi sbagliati occorre essere stati certi della tesi inizialmente affermata come vera ed essere certi poi che essa era inevidente e perciò falsa. Siccome l’errore è solo nel giudizio (né nella sensazione né nel concetto), esso deriva dalla perturbazione esercitata dalla facoltà appetitiva sul retto funzionamento di quella cognitiva, poiché se fosse quest’ultima a causare l’errore non sarebbe in grado di avvedersene.

(5) Ogni volta che attraverso un lavoro razionale ordinato si mira a conseguire un sapere superiore a quello immediato dell’esperienza si realizza quel processo logico denominato inferenza o ragionamento, che consegue un’evidenza mediata e che è scienza allorché individui un proprio specifico oggetto di studio e un metodo adeguato per conoscerlo.

(6) In effetti, «il fatto che la verità dell’esperienza immediata come intero possa essere concepita come sistema richiede […] l’intuizione dell’analogia ontologica di tutti gli enti attuali e possibili nella partecipazione, in diversa misura, dell’essere [comune]» (p. 105).

(7) «Da qui l’immoralità della retorica politica quando il soggetto che ha il potere di utilizzare i mezzi di comunicazione sociale non intende comunicare ciò che realmente pensa ma ciò che gli conviene che gli altri pensino» (p. 135).

 

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