Recensione di un “Affricano a Parigi” di F. Livi

L’« amour de la littérature et la convinction que la vraie littérature conduit toujours plus loin que la littérature elle-même: elle nous fait entrer de plain-pied dans le mystère de l’homme et de sa présence au monde »: il sigillo dell’avant-propos dell’imponente volume storico-critico Italica. L’Italie littéraire de Dante à Eugenio Corti trattiene quella che è forse la cifra distintiva dell’intero pensiero critico di François Livi.

UngarettiUn pensiero profondamente articolato che orienta la ricerca letteraria, quindi l’attività e le scelte dello studioso, all’insegna di una prospettiva di indagine costantemente regolata da un inflessibile rigore scientifico, e allo stesso tempo la pone all’insegna di una interrogazione profonda sempre appassionata dei testi, via via attraversati, esplorati, interpretati. Manifestando una rara apertura al dialogo tra orizzonti culturali diversi quindi una vera e propria ottica europea, esempio di littérature comparée che privilegia l’asse Italia-Francia: per osservare,  isolare e perlustrare produttive relazioni letterarie, interculturali. Sempre puntualmente documentate sul piano testuale. Suscettibili di stimolare altre piste di indagine, sollecitare temi e problemi e tracciare nuove indicazioni di rotta.

Di questo rigore analitico, di questa apertura alle alterità e reciprocità di rapporti, che solo una sterminata cultura consente, e della disposizione sempre attiva all’ascolto profondo della parola letteraria, danno esemplare testimonianza i Saggi sulla poesia di Giuseppe Ungaretti raccolti nel volume opportunamente intitolato Un « Affricano a Parigi ». La formula, presa in prestito dal titolo di un poème en prose dell’Allegria, schizza un fulmineo autoritratto del poeta e individua immediatamente i due poli essenziali attorno ai quali gravitano gli otto densi saggi che compongono il libro: l’imprescindibile matrice egiziana – quindi la culla alessandrina – e la dimensione culturale francese. Questi due poli si collocano in un rapporto non di successione temporale ma « di compresenza e di complementarità ». Essi costituiscono due filoni essenziali del sistema letterario di Ungaretti. Della scrittura poetica, dal Porto Sepolto alle successive raccolte, come della prosa. Proprio intorno a questo rapporto di produttivo incontro di ambiti diversi – che si incrociano e si richiamano – procede il fascinoso viaggio testuale di Livi dedicato all’opera poetica di Ungaretti. E innanzitutto al significato e al valore della poesia alla luce della vicenda umana, della « vita d’un uomo ». Duplice motivo sbalzato in copertina nel fotomontaggio che presenta, dietro alla figura di Ungaretti alla scrivania, il giovane soldato in uniforme. Quindi il poeta-soldato – combattente in trincea sul Carso, poi in Francia, durante la prima guerra mondiale – e autore, tra l’altro, de La Guerre, una plaquette di liriche in francese del 1919, con dedica « pour Guillaume Apollinaire ».

Layout 1Nella rete dei fili che si intrecciano e dei richiami intertestuali che scandiscono i capitoli domina la marca egiziana che, in modo esibito o sotterraneo attraversa tutta la scrittura di Ungaretti europeo d’Africa o, restringendo il cerchio, italiano d’Egitto – l’infanzia bercée par un chant arabe – nutrito nei suoi anni di formazione di cultura francese quanto di quella italiana: nell’Alessandria cosmopolita dei primi del Novecento, dove convivono Arabi, Francesi, Greci, Italiani, Russi, Maltesi. Avvertenza spaziale iniziale determinante: Alle soglie del deserto. Deserto come soglia, primo stimolo, generatore di inesauribili avventure della mente, trasfigurate in immagini testuali. Nulla, abbaglio accecante, ma anche invito al viaggio « incontro al lampo dei miraggi ». Deserto: spazio d’erranza, da attraversare nel cammino verso la Terra Promessa. Come tensione dell’idea governata da una ricerca, uno slancio metafisico, una « mira » verticale: la tensione verso una « meta » ultraterrena. Deserto come figura – reale e simbolica di partenza – che è insieme variato approdo del pensiero: esso circonda con il mare Alessandria d’Egitto, città « natale » e « straniera » del poeta: « Sono d’un altro sangue e non ti persi ». « Sono un frutto / d’innumerevoli contrasti d’innesti ». Questione nodale che sale dai versi di Italia e pone alla ribalta il problema dell’identità. In forma di ricerca d’appartenenza: « Ho avuto in sorte di dovere appartenere a più patrie ». Risultato: « Sono sempre in esilio da terre molto amate ».

Il libro si apre, in modo geografico quanto simbolico, alle soglie del deserto, con la mira puntata su un luogo speciale: la casa del Mex dei fratelli Henri e Jean-Léon Thuile, situata a ovest di Alessandria. Figura primaria di quella dimensione africana che lega in rapporto di continuità tutta l’opera di Ungaretti, a cui come per attrazione magnetica la memoria costantemente ritorna. Referente fisico e enigmatica « dimo­ra e metafora della poesia »: « Casa a tentoni / da una parte troppo mare / troppo deserto dall’altra ». Chiosa Livi: « È il luogo dell’inizio assoluto ». Ritrovo di scrittori e artisti di diverse nazionalità, in « pellegrinaggio letterario ». Luogo « di confine, di approdo e di passaggio » e meta per incontri decisivi. Tra i frequentatori, con Ungaretti, delle riunioni dai Thuile: Pea, A.J. Sinadino, C. Zograffo, A. Scouffi, E.J. Finbert, J. Canéri, il pittore Naghi. Mex già alla ribalta nel prezioso volume di Livi, Ungaretti, Pea e altri. Lettere agli amici ‘egiziani’, del 1988. Mex: icona di quella fondante dimensione dell’incontro, asse portante e idea-struttura che regola e a cui riconducono, nella diversità, le argomentazioni di questo libro. Incontri all’insegna di consonanze umane, non solo artistiche.

Dalla « terra affricana », da Alessandria mitica capitale della memoria, il viaggio testuale di Livi porta a Parigi, capitale culturale e « Mecca della modernità ». L’esame dei soggiorni parigini mostra l’inserimento di Ungaretti negli ambiti artistici d’avanguardia: una « piena intregrazione ». A Parigi l’Affricano, giunto nel 1912, non è « né un trapiantato né uno straniero ». Egli assolve una funzione di mediatore tra cultura italiana e cultura francese e mentre cresce l’amicizia del poeta con Apollinaire, si rafforza la vitalità artistica di Montparnasse alla vigilia della guerra, dove il caffè della « Closerie des Lilas » – oltre al salotto di Madame Ricou nella casa di boulevard Raspail – favorirà i contatti e il dialogo tra scrittori e artisti francesi e stranieri che soggiornano a Parigi e sperimentano per vie diverse nuove forme di modernità. Da Paul Fort a Alexandre Mercereau, da Brancusi a Modigliani, da Picasso a Severini, da Péguy a Delaunay. Inclusi i protagonisti fiorentini, Papini, Palazzeschi, Soffici, Carrà.

Irrompe la questione del significato e l’uso del francese in Ungaretti che, fiero del suo bilinguismo, lo adotta come seconda lingua. Il francese, lingua dell’avanguardia?. Ancora il mondo culturale francofono: lo studio dei rapporti epistolari, tra gli anni venti e sessanta, di Ungaretti con Franz Hellens, poeta, narratore, animatore di riviste, interprete di un Surrealismo originale: all’ombra del « Disque Vert », prestigiosa rivista belga, che accoglierà Ungaretti tra i collaboratori. Il carteggio mostra un’amicizia fondata su ricerche affini, precisatesi nell’ambito del primo Surrealismo e evidenzia una vivace « intersezione di interessi letterari » (p. 155). Tra le linee che si snodano quella legata al nome di Ensor, il pittore visionario di Ostenda: intorno a cui ruotano riflessioni, scambi, progetti. « Hellens-Ensor-Ungaretti »: un rapporto ancora da esplorare.

La presenza di Ungaretti nel mondo letterario di Parigi è anche attestata dalla traduzione nel 1931 di Pierre Jean Jouve sulla « Nouvelle Revue Française » di quattro liriche della Morte meditata, destinata a Sentimento del Tempo. Essa « si colloca in un contesto di continue intersezioni dei progetti di Ungaretti, Jouve e Paulhan », promotore delle traduzioni, « sotto il segno di una profonda complicità » (p. 185). Traductions dettate da una « fortissima affinità », ideale prosieguo della raccolta del 1929, Le Paradis perdu, poema di una crisi morale e del peregrinare. Di là dalle interazioni tra liriche personali e traduzioni, fenomeno che caratterizza i poeti traduttori di poeti, Ungaretti incluso, le scelte di Jouve « illuminano la genesi della sua poesia, oppure prolungano la sua opera » (p. 168).

Da registrare il movimento – quindi l’architettura, la struttura – oltre la suggestione, di questo libro. Un movimento perfettamente circolare. Fatto sta che proprio ad Alessandria – soglia e rinnovato approdo del pensiero, e a Henri Thuile in particolare – riconduce, per appassionata simmetria, l’ultimo saggio. Se Autobiografia e memoria letteraria sono un costante richiamo per la parola lirica ungarettiana – fusi nella nuova invenzione – è nel segno di una profonda complicità affettiva oltre che letteraria – che si chiude Un « Affricano a Parigi ». E ancora una volta manifesta quella relazione dinamica che il polo egiziano, incidendo per ostinata fedeltà l’opera di Ungaretti, l’attraversa legandosi alla dimensione europea. Prospettiva interpretativa che – all’insegna del Leitmotiv dell’incontro – costituisce senz’altro l’originalità, delle analisi e riflessioni critiche: sempre documentate.

Se esperienza biografica e memoria letteraria, in forma di perfetta combinazione, scandiscono il laboratorio poetico di Ungaretti, le argomentazioni vertono sull’analisi testuale delle liriche di Giorno per giorno, 1940-1946, diario di un dolore straziante, la morte del figlio a nove anni – alla luce di una « singolare operazione »: una « inaspettata appropriazione » dell’écriture du deuil dei versi di Henri Thuile, La lampe de terre, Parigi, 1912. Dolore: per la precocissima morte della moglie, per l’amico del Mex e « reso perenne dalla parola » per entrambi. Nei versi de La lampe de terre Ungaretti trova lo specchio della propria esperienza. Singolarità di una parola lirica concepita sul registro autobiografico, a manifestare al tempo stesso una sorta di « traduzione-interpretazione » di là dalle palesi differenze di stile. La mediazione di Thuile si rivela essenziale. Come del resto per le prose egiziane di Ungaretti che esibiscono una mirata frequentazione oltre che dell’« aureo » Littérature et Orient, anche delle prose raccolte nel fascicolo monografico dell’« Égypte Nouvelle », a lui dedicato. Livi rileva attraverso confronti testuali le « modalità di appropriazione per affinità » da parte di Ungaretti dell’écriture di Thuile. Analoga l’ambizione di trasformare il dramma privato in poesia: « sciogliere / il canto ». L’impresa fallita per Moammed Sceab. Fatto sta che La lampe de terre – che si chiude con l’indicazione « Le Mex, 1912 » – costituisce il più importante filone di quella memoria letteraria, che – per ripresa e variazione – non è incompatibile con l’originalità della parola ungarettiana: che Livi illumina nella sua dirompente « identità ossimorica ».

Nel dichiarato tentativo di elevare a idea e mito la propria esperienza biografica – asse portante dell’identità letteraria ungarettiana – si accorda il saggio dedicato a La tensione religiosa ne « L’Allegria »: una questione attraversata da fortissimi interrogativi esistenziali. A partire dal « ritorno alla fede cattolica », del 1928, di cui la prima manifestazione è la pubblicazione sulla « Nouvelle Revue Française », di Hymne à la pitié, poesia apparsa in italiano con il titolo La Pietà, nel 1932. È una fede problematica a regolare quella « tensione verso Dio » che Livi indica isolandone la « drammaticità » nella scrittura di Ungaretti, fin dal Porto Sepolto. La conversione inciderà sulla traiettoria creativa con un’impronta decisiva, diversa la rottura e il ritorno a Cristo, per Papini. Il critico sottolinea il percorso compiuto dall’Allegria a Sentimento del Tempo: una « tensione religiosa all’insegna del naufragio, del rischio e della ricerca ». Dalla domanda angosciosa alla Preghiera esplicitamente rivolta a Dio. L’« inesprimibile nulla » dell’Eterno che apre L’Allegria restituisce un’impressione d’anéantissement, riconducibile alla scena africana. Preghiera: « Il naufragio concedimi Signore », contiene un moto di elevazione. È una tensione « che non conduce all’approdo nella quiete di un porto sicuro, ma che si configura come una navigazione irta di dubbi ». Il critico esamina il trittico del Porto Sepolto: Peso, Dannazione, Risvegli, 1916. « Chiuso tra cose mortali / […] / Perché bramo Dio? » È il rovello del poeta, « imprigionato nella finitezza e teso irrefrenabilmente verso Dio ». Condizione esistenziale segnata dal dissidio: « Ma Dio, cos’è? ». La « dimensione verticale » è dominante anche se in forma interrogativa. Se Dannazione sarà titolo ripreso in Sentimento del Tempo, tra gli Inni c’è anche La preghiera. Dove di fronte alla constatazione di una « vita di peso enorme » irrompe l’invocazione al « Signore, sogno fermo »: l’inno nasce dalla certezza del « riscatto », operato da un « Purificante amore »: « Sii la misura, sii il mistero ». Questa è una Preghiera « cristiana », commenta Livi, è rivolta al Verbo incarnato: « Vorrei di nuovo udirti dire ». Il desiderio umano di una voce rasserenante incrocia la speranza di uno sguardo divino: « Tu non mi guardi più, Signore ». È la Dannazione di un’anima consapevole della propria debolezza, ma che nell’inquietudine ricerca la « mano ferma del Signore » e oltre la « cecità della carne », guarda a una luce eterna.

La testimonianza del Maestro di letteratura e di critica – affidata a una scrittura finissima, profondamente limpida, serrata – non può prescindere dalla lezione umana, che alimenta e impregna l’impegno scientifico. Quindi, oltre i confini dello spazio letterario, disegna e trasmette un pensiero che, ripetendo Livi, « conduit toujours plus loin ». Sembra essere questo il valore della ricerca sollecitata dalla parola lirica ungarettiana: focalizzata intorno alla imprescindibile memoria d’origine impressa nell’identità letteraria europea del poeta dal destino identitario irregolare, plurale e a metà: « mezzo Affricano ». E « trasmigrato da contrade battute dal sole », come recita L’Affricano a Parigi. Quindi uno sradicato, disperso per « la via del mondo ».

Se, come Livi ha avvertito rivelando la consonanza tra Ungaretti e Pierre Emmanuel poètes du désert, la poesia ha il potere di evitare la disgregazione, e sono queste, per metamorfosi le sue ragioni e la sua difficile responsabilità – davanti alla dispersione, i frantumi, la violenza tragica e il vuoto di oggi, incluso il vide de la parole e la perdita di una misura umana – risuona con tutta la sua carica di energia la sfida di Ungaretti. Della vitalità, della « forza inaudita », della umanità della sua parola lirica trovata nel silenzio – da ascoltare come « contemplazione degli avvenimenti alla luce di una concezione metafisica » – dà testimonianza la magistrale interpretazione di François Livi, custodita da Un « Affricano a Parigi » e oltre.

Alexandra Zingone

Revue des études italiennes

 

 

 

 

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