Ti diciamo perché senza Dio non può esserci nulla di meraviglioso

Il disorientamento dell’uomo contemporaneo è dovuto alla mancanza di una risposta alle domande presenti nel cuore di ogni persona: si tratta di quella sete e di quel desiderio di conoscenza della verità e di felicità che nessuno può negare. Proponiamo questo articolo, pubblicato nel blog I Tre Sentieri, in cui si riflette proprio su questo argomento: per superare il relativismo e il nichilismo è necessario ritornare a Dio, alla fonte di ogni bene e di ogni valore. E’ in altri termini necessario risvegliare quel senso morale che ci permette di percepire l’ordine dell’amore, apprezzare ogni bene e risalire al sommo Bene  [La redazione].

Nella nostra società – lo dicono in molti – mancano i valori. Un’affermazione – questa – che spesso sfiora la retorica, tanto è detta e ri-detta. Ma è un’affermazione vera, a patto però che si dia al termine “valore” il significato più appropriato. “Valore” viene dal verbo latino “valeo”, che vuol dire “permanere”. Dunque è “valore” ciò che “permane”, ciò che, al di là del divenire storico e del mutare delle mode, resta lì, fermo, intoccabile, universalmente riconosciuto come qualcosa di importante per la propria e per l’altrui vita.

Se le cose stanno in questo modo, si capisce bene perché il nostro mondo è davvero privo di valori; o meglio: è un mondo che ha deciso di far fuori i valori. L’essenza culturale della società contemporanea è il nichilismo e quindi consequenzialmente il relativismo. La verità oggettiva e perenne non può esistere, tutto va relativizzato. Tale procedimento si realizza anche al contrario: dal relativismo al nichilismo. Se esistono solo posizioni soggettive (relativismo), allora è consequenziale che la verità non debba esistere, da qui il nichilismo. Insomma nichilismo e relativismo sono legati consequenzialmente fra loro, ma non necessariamente in un’unica processione logica: prima il nichilismo e poi il relativismo e viceversa. Si tratta di due gravi errori, due “patologie” della conoscenza, che finiscono con l’influenzarsi a vicenda.

Da qui – inevitabilmente – il disorientamento dell’uomo contemporaneo: il suo annaspare, la sua incapacità di incontrare un persuasivo senso della vita che lo possa adeguatamente soddisfare. I dati sociologici ci dimostrano quanto questi patisca l’assenza della felicità. L’enorme uso di sostanze stupefacenti e di antidepressivi lo dimostra in maniera inequivocabile. A Londra c’è un sistema di purificazione delle acque: dagli scarichi le acque vanno a finire in purificatoi sofisticatissimi per poi essere riammesse negli acquedotti della città. Il processo è assolutamente efficace e dai rubinetti esce acqua pura, perfettamente potabile, ma è stato riscontrato che essa conserva tracce di Prozac (un famoso antidepressivo). Dunque, è talmente utilizzato questo farmaco che, malgrado il processo di purificazione, alcune tracce (anche se innocue per la salute umana) permangono. Esempi di questo tipo si potrebbero fare per Firenze. Tempo fa sui giornali leggemmo che nelle acque dell’Arno sono state rilevate tracce di cocaina, il che vuol dire che è talmente grande l’uso di questa sostanza che ne rimane traccia nelle urine e quindi nelle acque di scarico e perfino nel fiume della città. Lo stesso dicasi per Roma, dove nei pressi de “la Sapienza”, soprattutto all’altezza degli specchietti delle auto, sono state rilevate tracce di cocaina.

Eppure a questa forte assenza di felicità (attestata dall’uso così abnorme di determinate sostanze) non corrisponde un’assenza di divertimento. Anzi, la “fabbrica del divertimento” è sempre all’opera: 24 ore su 24. In ogni città c’è l’imbarazzo della scelta. E più questo divertimento è estremo, più è desiderato.

La spiegazione sta ovviamente nel fatto che il divertimento è tutt’altra cosa rispetto alla felicità. Mentre quest’ultima (la felicità) può convivere anche con la sofferenza, perché si configura non come uno stato alternativo ad essa, ma alternativa alla disperazione; il divertimento, invece, può essere anche una sorta di volontario offuscamento della coscienza: cercare di stordirsi per non pensare. Non si hanno più risposte capaci di dare senso alla vita, allora non resta che “distrarsi” per non pensare.

A questa spiegazione però se ne accompagna un’altra, molto più profonda. Ed è una spiegazione che attiene al senso della straordinarietà e dell’ordinarietà. Ci spieghiamo meglio. In una vita senza senso si cerca necessariamente l’esperienza straordinaria. Per un evidente motivo. Il vero antidoto a qualsiasi noia è l’entusiasmo. Se c’è qualcosa che procura entusiasmo dinanzi al nostro sguardo, non c’è spazio per il rammarico dell’accadere. Nel senso che pensiamo: che bello ciò che sta accadendo; e il nostro sguardo non cerca altro se non ciò che sta dinanzi.  In questi momenti che non c’è spazio per la noia.

Ma se ciò che ci sta dinanzi si configura come qualcosa d’inspiegabile, nel senso che sfugge a qualsiasi tipo di senso, esso diventa una sorta di peso insopportabile, un reale che s’impone nella sua fatica ma senza offrire un esito. E’ questo il caso di una vita vissuta senza capirne il perché, di una vita che offre le sofferenze quotidiane, ma senza poterle ricondurle ad un “dopo”. E’ evidente che in una posizione di tal genere bisogna necessariamente ricercare l’“altrove”, fuggire la realtà alienandosi dalla logica della stessa, odiare l’ordinario nel delirante tentativo di incontrare uno straordinario alternativo che sia capace di coinvolgere e di entusiasmare.

Attenzione, un conto è vivere per il “dopo”; altra cosa è vivere nella ricerca dell’“altrove”. Vivere per il “dopo” non è una fuga, ma solo la certezza che alla fatica seguirà il riposo, che alla sofferenza la gioia, che alla vita terrena seguirà la vita eterna. Vivere nella ricerca dell’”altrove” è invece il rifiuto di ciò che è adesso, è l’alienazione delirante di negare il momento attuale per costruirsi illusoriamente uno stato completamente diverso.

Tutto questo allora per dire che cosa? Che una vita senza Dio (senza cioè che vi sia una Risposta capace di dare senso a tutto, che sia capace di far amare anche le difficoltà ben sapendo che tutto rientra in un progetto e che al dolore subentrerà certamente, nell’amore di Dio, la gioia) non può che alienare spingendo alla ricerca spasmodica di uno straordinario sempre più in là, sempre più “altrove”.

Invece, la vita con Dio offre la possibilità non di ricercare uno straordinario alternativo all’ordinario, ma di poter trasformare l’ordinario in straordinario. In una prospettiva capace di scoprire il meraviglioso anche nelle piccole cose.

Il cammino dei Tre Sentieri

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