Vera e falsa teologia. Recensione di Fabrizio Cannone

Tutte le persone normali, prima o poi – e massimamente in quel periodo unico della vita che si chiama giovinezza – si pongono interrogativi e quesiti non effimeri, come quelli che riguardano il senso della propria presenza nel mondo, l’esistenza di Dio, il concetto di bene e di male, l’origine e la fine dell’universo, etc.

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Le domande (e le risposte!) meno attuali, sono quelle destinate ad essere invariabilmente le più attuali, poiché meno legate alle contingenze del tempo e del momento storico. La teologia è la scienza della verità divina e benché sia possibile una ‘teologia naturale’ come parte sublime della filosofia e della metafisica (in senso aristotelico), essa è divenuta nel Cristianesimo e grazie alla Rivelazione cristiana, la regina di tutte le scienze e l’acme della speculazione umana su Dio. Ora, dall’incontro provvidenziale tra Rivelazione cristiana e pensiero greco, come notò sottilmente il teologo Ratzinger in quel di Ratisbona (2006), è sorta la sacra dottrina teologica cristiana. Un’opera monumentale sia per quantità – basti pensare ai volumi della patrologia greca e latina dell’abbé Migne – sia ancor più un’opera inaudita per qualità: essa comportava (e comporta) né più e né meno che il dialogo, attraverso la ragione condivisa da entrambi, tra Creatore e creatura, tra Assoluto e relativo, tra l’Onniscienza divina e la difficile (ma reale) conoscenza dell’uomo. Partendo dai contenuti della Rivelazione (maggiore) e dagli imperativi della ragione – come il principio di identità e di non contraddizione – (minore), ecco formarsi un numero se non infinito almeno indefinito di sillogismi, le cui conclusioni, quando le due fonti siano acclarate, si impongono all’intelligenza degli uomini, e potrebbero definirsi come ‘implicitamente rivelate’. Dopo l’aurea fase della patristica (specie con s. Agostino), e i vertici della scolastica, raggiunti con l’Angelico d’Aquino (1225-1274), l’epoca moderna tende ad una specializzazione a tratti esaltante e ipercritica, a tratti settoriale, inorganica e piuttosto regressiva. Ma la Chiesa di Trento c’è e veglia, e i grandi autori del ‘600 fanno fare comunque delle conquiste significative al cammino del pensiero teologico e filosofico, specie in Italia e in Europa. Diversa, molto diversa è la teologia del Novecento analizzata metodicamente da mons. Livi in una sintesi enciclopedica che resterà nei prossimi decenni come una zattera di salvezza del pensiero cristiano, in rapporto alla tempesta che lo avvolge e lo tramuta in altro da sé (cf. Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica scienza della fede da un’equivoca filosofia religiosa, Casa Editrice Leonardo da Vinci, 2017, pagine 402, euro 25).

Si tratta forse di un testo non accessibile al comune dei cristiani, ma certamente fruibile da parte dei dotti, dei docenti di liceo, dei sacerdoti e da tutti coloro che non sono digiuni di filosofia e di teologia, fossero pure lungi dall’adesione al messaggio evangelico. In effetti, un ateo prudente e accorto può ben discernere la continuità di una proposta etica, sociale o politica con la Dottrina sociale della Chiesa e con il Magistero pontificio. Livi, in questa nuova edizione migliorata della sua opera, spiega come la teologia contemporanea, in larga parte, sia scivolata verso quella che egli chiama una “equivoca filosofia religiosa”, non più in linea con la retta dottrina della fede. E anche coloro che hanno minori conoscenze epistemologiche dell’Autore possono, almeno induttivamente, arrivare ad una conclusione del genere. Si dice infatti, da anni e anni, che il clero cattolico non predica abbastanza sui novissimi, sulla regalità anche sociale di Cristo, sui suoi miracoli come segni certi della sua divinità, sugli assoluti morali e su altre cose del genere: e tutti gli abituali frequentatori delle nostre parrocchie possono valutare la pertinenza di un giudizio tutt’altro che gratificante per il sacerdozio e l’episcopato. Ma com’è che è così? Si tratta di un caso? O di un complotto metodicamente organizzato? No, si tratta del fatto che il “limite ermeneutico” intrinseco alla proposta evangelica (e ad ogni proposta ideologica di fondo a ben vedere) il quale coincide con il “nucleo dogmatico” del Credo, è stato oltrepassato e violato senza pudore. L’ermeneutica ha preso il posto della coerenza. Dal Vangelo sine glossa di Francesco d’Assisi, siamo giunti per vie traverse alla Glossa (d’altronde scientificamente infondata) al posto del Vangelo e delle sue esigenze. Chiaro?

Secondo l’Autore, la falsa teologia contemporanea nega, a volte esplicitamente più spesso implicitamente, il carattere sovrannaturale della fede e la natura atemporale delle sue certezze dogmatiche, come fu già per il modernismo di inizio secolo, opportunamente fulminato da Pio X con la magistrale enciclica Pascendi (1907). 110 anni dopo quel documento, spiega Livi, la teologia cattolica più nota ha rinnegato il suo presupposto epistemologico che si fonda sul senso comune e sulle “prima verità” (come l’esistenza del mondo, degli esseri pensanti, di leggi fisiche e morali, di un creatore intelligente) le quali verità “non possono essere pensate come non vere” (p. 28). D’altra parte, “la filosofia (…) altro non è se non la formalizzazione del senso comune” (p. 31). I nuovi teologi, appoggiandosi alle filosofie dell’immanenza (come avrebbe detto Cornelio Fabro) a base di Kant, Hegel, Heidegger, Severino et alii, distruggono ciò che costruiscono, ovvero non costruiscono nulla di solido, salvo forse mere ipotesi d’avanguardia, tanto ardite intellettualmente quanto vacillanti epistemologicamente. Più che giudicare dell’ortodossia del movimento teologico contemporaneo, ortodossia spesse volte quantomeno dubbia (si pensi a Rahner e ai rahneriani, a Küng e ai kunghiani, a Teilhard e i teilhardiani), Livi analizza “il nesso di coerenza logica [di per sé attingibile anche dal non cattolico] tra i principi dai quali parte e i risultati ai quali approda” (p. 34). Un principio di fondo, che Livi ricorda ad ogni piè sospinto, e che è il cuore del Magistero cattolico sul tema (cf. la Fides et ratio di Giovanni Paolo II, ma anche la dimenticata Studiorum ducem di Pio XI), è questo: “La teologia cristiana è nata come l’esercizio della ragione (ragione storico-dottrinale, ragione interpretativa, ragione critica e ragione sistematica) sul messaggio contenuto nella rivelazione divina” (p. 49). Il nemico più asfissiante della teologia come scienza della fede – accanto e al di sopra di tutte le altre nobili scienze fisiche e metafisiche – è oggi il fideismo, e non il razionalismo, che conserva, se non è dogmatico nelle sue affermazioni, un anelito di verità. Fideismo che è ben definito dall’autore come “la pretesa di interpretare le nozioni proprie del cristianesimo come se la loro verità fosse fondata soltanto su una scelta di fede” (p. 8). Questo orrendo salto nel buio del fideismo odierno come scalza la ragione dalla teologia, così mette il sentimento religioso al posto del contenuto oggettivo e rivelato della fede cattolica.

Corruptio optimi pessima! Se decade la matematica è già un problema, specie per la meccanica e l’estetica, l’idraulica e la fisica. Ma se decade la teologia e si tramuta nel suo opposto – da scienza del Tutto a scienza del Nulla – allora siamo davvero nei guai, e il futuro si pone come tetro sia per la Chiesa che per la società intera. Insomma il bene comune della gente ha bisogno di una retta politica. La politica ha bisogno di una retta morale. E la morale si fonda necessariamente sul sapere teologico, ovvero sulla scienza della verità. La lotta intrapresa dai veri teologi come Antonio Livi per il bene della teologia, è dunque una lotta per la civiltà. Questo suo ultimo saggio è fonte di speranza e di ottimismo per tutti: è impossibile infatti distruggere e seppellire la verità.

Fabrizio Cannone

Libertà e Persona

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