Amor perduto

Segnaliamo ai nostri lettori l’ultimo lavoro di Antonio Socci Amor perduto. L’Inferno di Dante per contemporanei (Edizioni Piemme) e di seguito una parte del libro che l’Autore ha reso disponibile sul suo blog. Si tratta di un passo che mostra «La condizione iniziale del protagonista della Commedia», una condizione che «stupisce» perché «è così moderna, così immediata per noi: l’angoscia, lo smarrimento, la solitudine, il sentirsi “gettati” nel mondo, il buio, la paura, la disperazione, il fallimento, il sentirsi braccati».

dante_2«Ma sorprende ancor di più quella che Dante indica come la sua personale via di salvezza da questa disperazione, da questo fallimento, individuale e collettivo: un volto di ragazza. Beatrice. Il suo primo, grande amore giovanile. Com’è possibile che un semplice incontro fra adolescenti sul Lungarno di Firenze, uno sguardo furtivo, uno struggersi del cuore, sia così importante e significativo? Com’è possibile – si chiede John Freccero in un memorabile libro su Dante – che «un incontro apparentemente fortuito tra due fanciulli nella Firenze del Duecento in un giorno determinato possa contenere in sé il modello della salvazione universale, senza per questo perdere nulla della sua concreta storicità?» La risposta di quel grande critico della Stanford University sta tutta in una parola: «l’Incarnazione». Spiega: «Verso la fine del poema, tutti i paradossi si avviano a risolversi nel paradosso radicale dell’Incarnazione».

E l’ultimo verso («l’amor che move il sole e l’altre stelle») contiene la spiegazione di tutto, perché rivela l’essenza di Dio: «nella parola “amor” si congiungono il cielo e la terra, il poeta e il suo pubblico, e in essa è racchiusa la sostanza dell’intero poema». Già Virgilio aveva profeticamente cantato quell’«omnia vincit amor» che poi la rivelazione cristiana avrebbe pienamente compiuto. E infatti sarà proprio Virgilio – inviato da Beatrice – a tirar fuori il protagonista della Commedia dalla foresta oscura su cui si apre l’Inferno. Sarà lui a guidarlo sul primo tratto del suo pellegrinaggio. Così un’esperienza comune e meravigliosa come il primo grande amore giovanile è il fatto storico che Dante propone per raccontare l’inizio della conversione e dell’amicizia con Gesù, che scopre essere il vero, grande Amore della vita di ogni essere umano. La via per «indiarsi» (come dice Dante), la strada verso la propria divinizzazione. Ma cosa significa precisamente? Che Dante, nella Commedia, parli proprio di Beatrice, che sia guidato a Dio dalla ragazzina che faceva battere il suo cuore di adolescente, è evidente. Ignazio Baldelli nel saggio Realtà personale e corporale di Beatrice mostra come la Beatrice che Dante incontra nella seconda cantica, arrivato all’Eden, non è affatto un simbolo astratto, ma è proprio lei («guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice», Purg. XXX, 73).

Non a caso in questo punto del poema sacro per la prima e unica volta risuona adante beatricenche il nome di «Dante», che in quell’amore giovanile era sbocciato come uomo e come poeta. E gli occhi e il sorriso e le parole di Beatrice – ritrovata nell’Eden – risvegliano in lui la tempesta dei sentimenti antichi («conosco i segni dell’antica fiamma», Purg. XXX, 48). È una Beatrice così viva e reale che Baldelli segnala una scena umoristica nell’incontro di Dante con l’avo Cacciaguida, quando Beatrice ride a causa di una goffa vanità di Dante (Par. XVI, 13-15) e appare evidente che «il riso di Beatrice […] è un moto di viva intesa con Dante, un vero e proprio ammicco, lontano da ogni simbolo teologico». Dunque è la stessa persona, la giovane e bella figlia dei Portinari. Dove sta allora la differenza fra la Beatrice della Vita Nuova e quella della Commedia? Questo è l’aspetto decisivo.

Nella Vita Nuova era la fanciulla di cui Dante era follemente innamorato tanto da idealizzarla, con quel modo tipico degli uomini, specie se adolescenti, di vivere il primo amore (o comunque l’amore umano) come la felicità assoluta. Nella Vita Nuova – come è stato osservato – Cristo era la salvezza pubblica, per Dante, ma Beatrice quella privata. L’aggettivo “gentile”, tipico della poesia stilnovistica, esprimeva proprio quell’idealizzazione (parola che ha la stessa radice di idolo e di ideologia). Invece, come nota Baldelli, «nella Commedia, Beatrice non è mai né “gentilissima” né “gentile” […] c’è dunque un rifiuto del costante appellativo della Beatrice della Vita Nuova». A chiarire il nuovo rapporto fra Dante e Beatrice provvede lei stessa quando – sorprendentemente – chiama Dante «fratello» (Purg. XXXIII, 23-24), espressione inattesa e del tutto nuova, «in segno del nuovo rapporto col pellegrino pentito e purificato dalle acque del Lete: nel Paradiso, Beatrice chiamerà Dante “frate” altre tre volte, Par. IV 100, Par. VII 58 e 70».

Che cosa è cambiato dopo la morte di Beatrice e la conversione di Dante? È cambiato il suo sguardo. Adesso Beatrice non è più la salvezza privata di Dante, ma è la «sorella» che lo prende per mano e lo accompagna all’unico Salvatore. Dante ora ha uno sguardo diverso anche su quell’amore giovanile e sul suo posto nella storia universale e nel disegno stesso della creazione: era la bellezza del Verbo di Dio che rifulgeva nel volto e nel sorriso di Beatrice, così come brilla in tutta l’armonia dell’universo. Il poeta lo dice all’inizio del canto X del Paradiso, dove, con terzine folgoranti, riesce in poche pennellate a farci capire addirittura l’evento e il significato teologico della creazione in rapporto alla Trinità divina (…). In tutto ciò che esiste traspare quell’ordine, quella sapienza e quella bellezza che scaturiscono dal Verbo divino. Chi ammira una creatura o la bellezza della creazione, in realtà – senza saperlo – sta gustando la bellezza del Figlio, che di tutto è il significato, l’ordine e la consistenza.

Lui è la bellezza che salva il mondo. Ecco come Dante ha «riletto» il suo amore giovanile e la stessa storia universale. Ed ecco perché Beatrice finisce per assumere addirittura qualche connotato cristologico».

Antonio Socci

Fonte: antoniosocci.com

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