MalaScuola – Recensione di di Fabrizio Cannone

Molti autori e militanti anti-marxisti sembrano scandalizzarsi davanti al celebre motto marxiano, che suona più o meno così: “I filosofi hanno diversamente interpretato il mondo; ora si tratta di cambiarlo”. Ovvero, si ha paura che affermando ciò, si scada nell’implicito relativismo progressista per cui ognuno può (ri)fare il mondo, l’umanità e se stesso come più gli piace. Tutto sembra divenire in questa prospettiva liquido e negoziabile, e la natura stessa pare a disposizione degli appetiti umani. Fosse questa l’unica possibile lettura della frase tratta dalle Tesi su Feuerbach, allora lo scandalo degli ‘anti’ sarebbe legittimo e giustificato. Ma così non è.

Cambiare il mondo può significare assai più banalmente correggere le tendenze sbagliate della società contemporanea, rifondare lo Stato su principi e valori negletti e dimenticati (come la religione, l’eroismo, l’amor di patria, il sacrificio). Cambiare il mondo, che è sempre immondo, vuol dire abolire leggi ingiuste e nefaste, specie nei settori vitali e decisivi per ogni comunità umana, come lo sono la famiglia, l’educazione, la scuola, etc.
Anzitutto, la Scuola italiana! Secolare ed invidiato gioiello della nostra nazione, almeno a partire dall’Umanesimo (con le prime università al mondo sorte nella penisola), passando poi per la scuola di Stato di Croce e Gentile, la scuola pubblica sembra cedere il passo alla cultura del vuoto, della mediocrità, del tutto e niente, e del titolo per il titolo. “Avere il diploma! Avere la laurea!”. E poi? Precariato eterno o fuga verso altri lidi.
Molti, a destra ma ora anche a sinistra, hanno giustamente criticato la Buona Scuola di Matteo Renzi, buona scuola che sfavorisce lo studio, la riflessione, l’impegno, il merito e che incoraggia progetti programmi e percorsi che hanno ben poco di scolastico e molto di ideologico. Pochi però hanno cercato di analizzare le cause e le radici di una crisi pedagogico-didattica che non ha atteso il trionfo del PD per manifestarsi.
suos-9-2edUn libro appena pubblicato ha il gran merito di indurci a sentire tutto il peso di una crisi attualissima, ma altresì epocale e (mal) celata. Crisi che sta al centro di una vasta serie di problemi come l’educazione dei giovani, la perdita del senso della vita e dell’amore del bene comune, il ritorno dell’analfabetismo e del disprezzo della cultura, e infine l’omologazione dei giovani nel senso voluto dai media e dal sistema (cf. Elisabetta Frezza, MalaScuola, Leonardo da Vinci, Roma, 2017, pagine 216, euro 18).
L’autrice è una giovane filosofa del diritto che ha 5 figli i quali frequentano tutti i gradi della scolarità previsti in Italia, dalla primaria sino all’Università.

Il saggio, ricco di riferimenti e note, fa stato sulla inflessione scolastica ed educativa della contemporaneità, inflessione innegabile e a questo punto sempre meno negata, tranne che dai negazionisti di mestiere o prezzolati. L’Autrice affronta di petto la decadenza della trasmissione dei valori etico-sociali, in parallelo con la crisi della civiltà come tale, notando il “progressivo sfaldamento dei principi cardine su cui si regge da sempre la vita individuale e collettiva” (p. 10). E già non è poco.
Ma il cuore della sua coraggiosa denuncia non è qui. Esso si situa su ciò che noi genitori iniziamo a vedere nelle scuole della nostra città, ovvero una tentata manipolazione soft delle intelligenze giovanili in base alle sulfuree teorie sulla sessualizzazione precoce degli infanti, sulla libertà di scelta in materia di sessualità e di genere di appartenenza, e sull’idea – in verità stantia ma proposta ad ogni anni scolastico come incredibile trovata – della scuola più come laboratorio di vita e di socializzazione (meglio se multietnico, multiculturale, multireligioso…) che come luogo deputato alla trasmissione del sapere, del ben vivere e del conoscere.
Le pagine che la Frezza dedica al tema sono ottime per la documentazione ma pessime per la rabbia che posso ingenerare nei lettori attenti: “Ci vogliono far credere che due più due fa cinque, che le foglie sono blu, che è normale camminare sulle mani e a testa in giù, che gli asini volano, che Lia ha due papà” (p. 13).
E’ il concetto stesso di normalità che è stato rimosso dalle nuove pedagogie esistenzialiste, poiché esso rimanda a norma e la Norma, come lo fu un tempo la religione per Voltaire, è l’infâme da schiacciare.
In luogo dell’insegnamento umanistico-scientifico non sempre agevole certo per i cosiddetti nativi digitali, fondato su cultura, consapevolezza e spirito critico, la novella scuola è divenuta un insieme di percorsi (meglio se visivi e cinematografici) con questi nobili e imprescindibili pilastri educativi: “Differenze/diversità, amore, rispetto, inclusione, stereotipi, omofobia, bullismo, cyberbullismo, cittadinanza (attiva), legalità, orientamento, eccetera” (p. 113).
Attraverso un uso sapiente della storia e delle scienze, della letteratura e dei progetti extra-scolastici si mira a creare un uomo nuovo, il cittadino neutro dal punto di vista dei valori, ma anche apolide e sradicato, senza patria, senza famiglia stabile, e soprattutto senza convinzioni che non siano quelle inculcate da una stravagante ideologia liberal (col silenziatore): tolleranza, apertura, diversità, identità liquida e variabile, spirito di adattamento e di compromesso, laicismo, valore del corpo e del sesso, libertà dai vincoli, dalla famiglia, dalla realtà, avversione al fanatismo, alla tradizione, al rigore, alle norme stabili e universali. “E’ la protervia dell’uomo che si fa dio a se stesso, arbitro del bene e del male, misura del proprio comportamento morale, padrone assoluto della vita e della morte” (p. 199).
Dopo 4 parti dedicate all’analisi documentata di questa ideologia diseducativa e paralizzante che si vuole instillare a dosi omeopatiche nei bambini e nei giovani, la Frezza cita decine di progetti scolastici aberranti (cf. pp. 207-215) in cui si legge chiaramente la cupio dissolvi della post-modernità. In uno dei progetti destinato alla scuola materna gli esperti dicono così: “Solitamente nei primi 3 anni di vita del bambino si può stabilire se sia un cisgender – persona a proprio agio con il genere attribuito alla nascita o transgender – persona che non si sente rappresentata dal genere di nascita…”.
Ce ne è davvero per tutti i gusti, specie quelli amari come il vizio. Da parte nostra invitiamo tutti ad informarsi, a formarsi e a lottare per una scuola dei valori, del merito, dell’educazione e della cultura, boicottando i progetti dannosi denunciati nel libro.

Fabrizio Cannone

Fonte: CamparieDeMaistre

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