Bene, bene comune, giustizia

La riflessione sul bene comune è di certo una riflessione di grande importanza, soprattutto in questa particolare congiuntura storica. La stessa politica ha la sua ragion d’essere proprio nella ricerca del bene possibile per l’uomo anche quando ad essere al centro della riflessione sono le istituzioni. Queste, infatti, sono formate da persone e sono per le persone: basta tener presente solo questo semplice dato per fa sì che le diverse funzioni presenti in una società non degenerino, smarrendo il proprio fine espresso proprio da quel “per”.

In questo senso, la riflessione sulla struttura e sulla forma migliore di governo, sulla questione dei rapporti tra lo Stato, le classi sociali, i partiti e l’individuo, sulla questione dei rapporti tra politica e religione, non ha altro fine che questo:

Mostrare – come dice Aristotele – «ciò che si deve fare e da che cosa ci si deve astenere» (Etica nicomachea, I, 2, 1094 b 5) e sottolineare che «quanti si prendono pensiero del buon governo [devono badare] attentamente alla virtù e alla cattiveria esistenti nell’ambito dello stato. Di qui è chiaro che deve prendersi cura della virtù lo stato veramente degno di questo nome e che non sia tale solo a parole. […] lo stato è comunanza di famiglie e di stirpi nel viver bene: il suo oggetto è una esistenza pienamente realizzata e indipendente. Certo non si giungerà a tanto senza abitare lo stesso e unico luogo e godere il diritto di connubio. Per questo sorsero nelle città rapporti di parentela e fratrie e sacrifici e passatempi della vita comune. Questo è opera dell’amicizia, perché l’amicizia è scelta deliberata di vita comune. Dunque, fine dello stato è il vivere bene e tutte queste cose sono in vista del fine. Lo stato è comunanza di stirpi e di villaggi in una vita pienamente realizzata e indipendente: è questo, come diciamo, il vivere in modo felice e bello. E proprio in grazia delle opere belle e non della vita associata si deve ammettere l’esistenza della comunità politica» (Politica, III, 9, 1280 b 5-9, 1282 b 33-1281 a 5).

Il discorso politico e sulla politica non può, dunque, prescindere – secondo quanto appena letto – da alcune verità morali e non può far a meno di alcuni valori che permettono la piena realizzazione della persona (ovviamente tenendo conto dei limiti dell’uomo e di conseguenza di ogni forma di governo). Ciò vuol dire che ogni serio discorso sulla politica non può che mostrare l’esistenza di una certa gerarchia di valori che permette all’agire etico/giuridico/politico di non scadere nella retorica di una mera ideologia del consenso e/o del successo. In base a quanto detto, è facile comprendere perché la giustizia e la verità debbano camminare di pari passo: l’una senza l’altra rischia di trasformare la vita dell’uomo e, di conseguenza, la vita associata simile all’inferno di cui parlava il filosofo francese Jean Paul Sartre, in cui l’altro è un limite alla libertà. Il misconoscimento dei fini e, prima ancora, di una verità assoluta, fa della giustizia un valore privo di consistenza e ciò non può che condurre alla decostruzione dello stesso sistema democratico che può reggersi solo se vengono salvaguardate le identità metafisiche dell’uomo e della stessa società.  Per fare un esempio, Giorgio La Pira, negli anni Quaranta del secolo scorso, riflettendo sui compiti delle diverse istituzioni, si chiedeva:

«Qual è il fine del corpo sociale? La risposta a questo fondamentale problema dipende da quello che si dà al problema anteriore concernente il fine ultimo dell’uomo; perché se il fine ultimo dell’uomo sovrasta quello della società, allora la conseguenza è ovvia: il fine della società sarà, in ultima analisi, quello stesso della persona. La società, cioè, avrà per scopo, in tutti i suoi ordini, di creare quelle condizioni esterne (bene comune) adeguate alla conservazione, allo sviluppo e al perfezionamento della persona» (Giorgio La Pira, La nostra vocazione sociale, in www.giorgiolapira.org)

Come si può facilmente notare, la società – per La Pira – raggiunge il suo compimento solo quando al centro viene messa la persona che è un concetto metafisico fondamentale per i filosofi, per i giuristi e per i politici.

Ogni proposta giuridica, politico e/o economica può aver senso e un peso effettivo sul tessuto sociale solo tenendo presente la dignità della persona, dignità che non si esaurisce in una logica che riflette solo l’equilibrio finanziario in larga scala. Pur essendo importante, questa logica non può costituirsi come regola regolante di ogni agire politico; ci sono valori che vengono prima della politica e della stessa finanza: in altre parole, le regole della politica e del mercato non sono un assoluto, ma solo – come ho detto, citando La Pira – un mezzo per raggiungere il fine e il fine della società è il bene comune:

«la regola della vita associata – afferma Carlo Caffarra – è la forza normativa che esercita la verità circa il bene comune nei confronti della libertà di ogni associato. Se così non fosse, se cioè non esistesse nessun [a verità circa un] bene comune, inevitabilmente il diritto, la norma non sarebbe alla fine che l’imposizione del più forte al più debole. Se non esiste la forza della giustizia, saremmo consegnati totalmente alla giustizia della forza» (Carlo Caffarra, La responsabilità sociale dell’impresa: abbozzo di una riflessione etica;cfr. anche Giustizia e verità in democrazia, Roma 2017).

In un mondo in cui la parola è veicolata, e in alcuni casi trasformata, dai media, è importante non far assopire lo spirito critico e recuperare quelle verità che tutti gli uomini riescono a percepire e che sono – come diceva il filosofo Napoletano Giambattista Vico – patrimonio comune «delle genti […], comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano» (Giambattista Vico, La scienza nuova, Bur, Milano 2008, pp. 178-179).  Occorre tener conto di quanto già diceva il citato Tommaso d’Aquino: l’idea-guida è sempre quella dell’unità e dell’ordine. La moltitudine degli uomini non è una massa amorfa, ma si costituisce, per naturale bisogno, in una società il cui criterio, come abbiamo più volte ripetuto, deve e non può non essere il bene comune: questo è l’unica norma del retto governare; perciò afferma l’Aquinate:

«[T]re cose sono necessarie ad istituire la buona vita della moltitudine: primo, che la moltitudine sia costituita nell’unità della pace; secondo, che la moltitudine, unita dal vincolo della pace, sia diretta ad agire bene; terzo, che per l’industriosità di chi governa sia assicurata una quantità sufficiente di cose necessarie a vivere bene (De regimine principum, I, c. 15).

Giovanni Covino

Fonte: La Porzione

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