Un Vescovo scrive alla Santa Sede – Recensione di F. Cannone

Historia magistra vitae: guai a chi ne dubita!

L’Ottocento teologico si è concluso tristemente-felicemente con la condanna dell’americanismo da parte di papa Leone XIII che nel 1899 firmò l’importante Lettera Testem benevolentiae. L’americanismo era una tendenza diffusa nel clero statunitense la quale magnificava il liberalismo e la separazione Stato-Chiesa, e dava maggior importanza alle opere concrete piuttosto che alla vita spirituale, alle virtù naturali rispetto a quelle sovrannaturali, all’attività pratica tendenzialmente orizzontale, scartando dall’orizzonte del sacerdote moderno l’ascesi, la penitenza, la mortificazione.

Interessante sarebbe ristudiare oggi, con distacco ed imparzialità, la figura e il ricchissimo magistero di Gioacchino Pecci (1810-1903), un pontefice assai meno noto e celebrato del suo predecessore Pio IX (1792-1878) e del suo successore s. Pio X (1835-1914). Il Novecento teologico si è aperto dal canto suo con l’enciclica Pascendi (1907) con cui Pio X illustrava, analizzava e censurava gli errori del modernismo, in qualche modo affini a quelli dell’americanismo, ma ben più estesi e radicali. Secondo Papa Sarto infatti il modernismo non è una semplice eresia, come ce ne furono sempre, dalla fondazione della Chiesa da parte del Maestro sino ad oggi, ma è la “sintesi di tutte le eresie”, la quale finisce immancabilmente nell’ateismo: né più né meno. 10 anni fa, per il centenario dell’enciclica, la casa editrice Cantagalli di Siena offrì ai cattolici italiani una nuova edizione ed una migliore traduzione della Pascendi, con un inquadramento storico-teologico di Roberto de Mattei. Addirittura, secondo lo storico romano “Nessun documento del Magistero pontificio del Novecento ha la portata teologica e la forza profetica della Pascendi” (Pio X, Pascendi dominici gregis, Cantagalli, 2007, p. 9). Ed in effetti, col senno di poi, questo giustizio sembra sempre più vero, ogni giorno che passa.

D’altra parte, anche dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965), i sommi pontefici Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno segnalato errori ed ambiguità nel pensiero cattolico e in seno alla Chiesa. E ciò fu a loro onore: l’istituzione ecclesiastica, soprattutto nell’evo moderno, non si è limitata a condannare le ambiguità teologiche o filosofiche ad extra (come il razionalismo, l’agnosticismo, il socialismo o l’ontologismo). Ma anche e soprattutto gli errori interni alla comunità ecclesiale, come il fideismo, il quietismo, il cattolicesimo liberale, il sincretismo e il millenarismo, tutti errori sostenuti da illustri teologi, prelati e persino successori degli apostoli…La differenza con l’epoca pre-conciliare a ben vedere appare questa. Quando Leone XIII condannò l’americanismo, la Chiesa condannava l’americanismo. Quando Pio X censurò il modernismo, era la Chiesa come tale che lo rigettava. Ma quando Paolo VI condannò la contraccezione con l’Humanae vitae (1968) o Giovanni Paolo II l’aborto e l’eutanasia con l’Evangelium vitae (1995), parve piuttosto una condanna dei soli pontefici e non dell’insieme della cattolicità e dell’episcopato. Proprio nel rango dei Vescovi infatti, in questi ultimi 40 anni, si sono registrate deviazioni, eresie e aberrazioni tali da creare una confusione e una frammentazione, forse mai vissuta dal cattolicesimo. Alcuni vescovi però, con lo slancio degli Apostoli e lo zelo dei martiri, hanno continuato a servire la verità tutta intera e non le mode, e in tal modo hanno seminato sul terreno buono e non nel deserto. Il combattivo sebbene quasi ottuagenario mons. Antonio Livi ha appena pubblicato una raccolta di lettere di mons. Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia dal 1990 al 2015, in cui il presule chiedeva alle autorità ecclesiastiche il vescovo_sede-212x300pane della verità e la repressione del veleno dell’eresia (cf. Mario Oliveri, Un Vescovo scrive alla Santa Sede sui pericoli del relativismo dogmatico, casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2017, pp. 130, euro 20). Si tratta di 23 distinte lettere che mons. Oliveri indirizzò a vari organismi della Santa Sede, anzitutto alla Congregazione per la dottrina della fede, in un lasso di tempo che coincide con il periodo del suo episcopato ligure. La prima è del 1993, l’ultima del 2011. Il filosofo Livi ha presentato, scelto e curato scientificamente queste epistole, ben inquadrandole nel clima di apostasia religiosa, di trasgressione morale e di relativismo dottrinale della fine del secolo scorso, continuato e aggravatosi in questi primi lustri del III millennio della Redenzione. La spaventosa crisi morale contemporanea e il secolarismo interno alla Chiesa, non hanno infatti atteso le dimissioni di Benedetto XVI (2013) per manifestarsi, ma le hanno precedute di oltre mezzo secolo. Secondo Livi, i richiami dottrinali di Oliveri, che toccano temi vari come il rapporto con gli Ebrei e l’ecumenismo, la liturgia e la dogmatica, mostrano la sua impavida resistenza alla “ideologia dell’umanesimo ateo che già da decenni […] andava corrompendo la fede e i costumi del popolo cristiano, avvalendosi non solo del preponderante influsso della cultura secolarizzata ma anche del cedimento dottrinale di gran parte della teologia cattolica” (p. 10).

Così, le lettere rispettose e ferme che per anni il Vescovo ligure inviò a Giovanni Paolo II in persona, al cardinal Ratzinger, al cardinal Arinze, e quindi a Benedetto XVI, “nascono dalla preoccupazione che vada perduto non qualche elemento secondario o contingente della sacra Tradizione, bensì proprio l’essenziale di essa” (p. 11). Gli errori che Oliveri vedeva serpeggiare nella sua diocesi negli anni’ 90 del secolo scorso oggi sembrano la dottrina ufficiosa-ufficiale di interi episcopati i quali, scientemente, tacciono su ciò che divide (l’unicità della Rivelazione cristiana, l’esistenza del peccato dell’inferno e del purgatorio, la realtà nociva del demonio, la gravità insopprimibile dell’aborto, del divorzio, dell’eutanasia, della fornicazione, della bestemmia, etc.) e parlano a sproposito su ciò che unisce nel mare del nulla (pace, amore, progresso, inclusione, migranti, democrazia, femminismo, etc.).

Il coraggio e lo zelo dei profeti di ieri sia sprone a tutti noi che vogliamo essere veri profeti del domani.

Fabrizio Cannone

Fonte: Libertà e Persona

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