Tante domande, il Papa non risponde

Un anno fa quattro cardinali presentarono dei dubia a papa Francesco sulle possibili interpretazioni equivoche dell’esortazione aspostolica Amoris Laetitia. Interpretazioni equivoche su matrimonio e famiglia che certamente esistono e sono diffuse, basti pensare al fatto che per certi episcopati con il documento di Bergoglio nulla è davvero cambiato (vescovi polacchi e in genere orientali) mentre per altri ci sarebbe ormai una sorta di divorzio cattolico, o almeno cattocompatibile (episcopato tedesco, argentino, filippino e altri).

Questi angosciosi dubbi teologici dei porporati erano stati preceduti, per la verità, da una «supplica filiale» siglata da non meno di 9 vescovi, 636 sacerdoti (religiosi e diocesani), 46 diaconi, 25 seminaristi, 150 religiose di vita attiva e contemplativa, oltre a 458 membri della Chiesa, fra professori di teologia, insegnanti di religione, catechisti, operatori pastorali a vario titolo eccetera. Le firme di questa pubblica «supplica», che chiede rispettosamente dei lumi di verità e di ordine, hanno superato in totale le 800.000 unità. Nel settembre scorso, 62 studiosi cattolici hanno reso noto un nuovo documento, chiamato correctio filialis (correzione filiale), in precedenza inviato privatamente al Pontefice e rimasto anch’esso, come i dubia, senza risposta alcuna. Ora i firmatari della correctio sono 250, in gran parte sacerdoti, teologi e docenti universitari di primo piano. Non sappiamo se questa modalità di procedere sia quella giusta, e neppure se essa avrà un seguito nei fatti. Di certo, l’urgenza di chiarimenti, da parte delle istanze ecclesiastiche competente, è auspicabile e auspicata da molti. Anche al di fuori della Chiesa e del cattolicesimo romano. Non si capisce davvero, in effetti, se la morale tradizionale cattolica, sinteticamente riaffermata 25 anni fa nel Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato sotto l’autorità di Giovanni Paolo II, sia ancora valida e universalmente riconosciuta. E questo non solo per il problema annoso e lancinante del matrimonio canonico e del divorzio, introdotto in Italia oltre 40 anni fa. Ma anche per l’aborto, la questione delle nozze gay, la contraccezione e più in generale tutti gli ambiti della sessualità. Molti teologi in buona fede chiedono sinceramente se, alla luce del pensiero di papa Francesco e della sua «etica della misericordia» il rapporto sessuale al di fuori del matrimonio, possa ancora essere considerato un peccato di cui, eventualmente, pentirsi e confessarsi. È evidente infatti che se a un cattolico praticante è lecito lasciare la moglie e risposarsi civilmente con un’altra donna, tanto più sarà lecito a due giovani fidanzati avere delle relazioni intime di tipo sessuale. E la prostituzione? Non ne risulterebbe anch’essa sdoganata? E la masturbazione, che il Catechismo del 1992 giudicava ancora come «un atto intrinsecamente e gravemente disordinato» (al n. 2352)?

Sembrano problemi solo per specialisti o per devoti bigotti, ma essi interessano, più o meno coscientemente, una gran quantità di persone, anche per le conseguenze sociali e politiche apparentemente non visibili.

Ora un grandissimo teologo italiano, don Antonio Livi, ex rettore della facoltà di filosofia della Pontificia Università Lateranense (chiamata università del Papa), ha curato l’edizione delle migliori lettere scritte da un vescovo cattolico ai responsabili della Chiesa, lettere vergate proprio per chiedere chiarezza, puntualità teologica e coerenza (Mario Oliveri, Un vescovo scrive alla Santa Sede sui pericoli del relativismo dogmatico, Leonardo da Vinci, Roma 2017, 130 pagine, euro 20). Mario Oliveri fu il vescovo della diocesi di Albenga-Imperia dal 1990 al 2015 e in quei lustri inviò moltissime lettere alle istituzioni ecclesiastiche per denunciare con i termini tipici di Benedetto XVI, la dittatura del relativismo, ma non esterna alla cattolicità, bensì al suo interno. Queste Lettere, coraggiose, ma dai toni sobri e misurati, sono state scritte dal presule ai suoi amici Karol Wojtyła e Joseph Ratzinger, oltre che ai prefetti delle Congregazioni romane, ovvero ai responsabili dei vari ministeri del Vaticano, come quelli della liturgia, della fede, dell’ecumenismo. Le mancate risposte a queste epistole che facevano stato del «cedimento dottrinale di gran parte della teologica cattolica» (p. 10), restano un mistero.

Fabrizio Cannone

La Verità, 24 novembre 2017

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