Dogma e spiritualità

Un tempo la spiritualità era più vissuta e praticata, che studiata e descritta nei libri. Ma oggi – mala tempora currunt – di fatto è così. Ed è inutile piangere sul latte versato. Da un male anzi può comunque derivare qualche bene, visto che secondo l’Angelico, il male non esiste che nel bene, non ha causa che nel solo bene, e non si dà nella realtà creata un sommo Male (cf. SCG, 3, cc. XI-XV). Il bene poi sta in questo: negli ultimi decenni, mentre la spiritualità cristiana andava errando tra carismatismo, ricerca sfrenata del sovrannaturale e irrazionalità, venivano approfonditi i fondamenti teologici della spiritualità e al contempo numerosi studi facevano luce sul legame necessario tra mistica e dottrina della fede. Un autore che ne vale cento in tal senso è il sulpiziano Tanquerey, il cui Compendio di teologia ascetica e mistica (1924), è una summa di sapienza difficile da eguagliare.

Esistono infatti, o almeno sono esistite nei 20 secoli di cristianesimo storico, diverse scuole di spiritualità, divisibili sia per epoca (patristica, scolastica, età moderna e contemporanea) che ancor più per tendenze teologiche, come la scuola benedettina, quella domenicana, quella ignaziana-gesuita, quella carmelitana, oltre ad autori e mistici al di fuori di ogni scuola. In vasti ambienti della odierna Ecclesia si vorrebbe quasi quasi una spiritualità senza dottrina, una vita cristiana attiva e consapevole senza un Credo stabile e vincolante di verità universali e immutabili. Ma anche l’inetto capisce che una cosa del genere non ha alcun senso, e trasformerebbe presto la spiritualità di cui sopra, in una sorta di panteismo new age a base di emozioni, trasporto, psicoterapie e visioni più o meno autoindotte. D’altra parte, in altri ambienti della cattolicità, si commette un errore pari e contrario. Affascina, a giusto titolo, la dottrina, il dogma, la Tradizione in tutta la sua potenza e la sua opponibilità ai conati sacrileghi del mondo moderno. E però, se da un lato si vuole difendere il sacro deposito dagli assalti dell’empietà e dell’ateismo, si bada concretamente troppo poco all’edificazione, propria e altrui, di una solida spiritualità, cristiana e cristocentrica. In taluni ambienti di nostra conoscenza si va matti per il catechismo, le sintesi di teologia, per una liturgia verticale e sacralizzante, e per l’apologetica, e ciò è un bene, specie oggi. Ma poi si trascura la lettura devota, la vera mistica (che è altro rispetto all’insano misticismo dei guru) e le stesse numerose ierofanie approvate dalla Chiesa. Per tutti questi motivi, e molti altri, giova riscoprire al più presto la nobiltà della spiritualità cattolica che consiste, secondo padre Enrico Zoffoli, “nel singolare rapporto di comunione dell’anima con Dio, caratterizzato da un personale modo di partecipare alla vita di Cristo ed espresso da corrispondenti forme di zelo per il bene del prossimo”.

Ecco detto l’interesse per i testi di spiritualità. Da poco ne è stato edito uno, singolarissimo e di piacevole lettura: Sabatino Sciorio, Dogma e spiritualità in Eugenia von der Leyen. Preghiera e sacrificio per le anime del Purgatorio, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2017, pp. 230, euro 20. In pratica, il teologo campano don Sabatino ha presentato e commentato il Diario spirituale tenuto da una figura di eccezione come è la principessa Eugenia (1867-1929), del casato bavarese dei Thurn und Taxis. La principessa, “nubile, profondamente religiosa, per nulla bigotta” (p. 9), ebbe speciali visioni mistiche per alcuni anni, in cui le apparvero molte anime purganti. E descrisse queste visioni su consiglio del suo parroco. Per il sacerdote la lettura del Diario della veggente sarà propizia, “per un verso ad incoraggiare il desiderio della santificazione di ciascuno di noi e, per l’altro, a rafforzare la personale sensibilità soccorritrice a favore dei fedeli defunti” (p. 19). Come impera la settima opera di misericordia spirituale, forse la più trascurata e la più importante: pregare Dio per i vivi e per i morti

D’altra parte, secondo quanto già detto, è impossibile un contrasto tra la sana vita mistica ed i contenuti della fede cattolica, già definiti dal Magistero della Chiesa. Così, come nota don Antonio Livi nella presentazione dell’opera, “il dogma, nella sua trascendenza come verità rivelata, costituisce allo stesso tempo il punto di partenza e la meta finale di ogni autentica via o cammino di perfezionamento spirituale” (p. 5). Più il dogma sarà compreso e meditato, e più si eleveranno le nostre anime: cosa c’è di più bello ed elevante in effetti che pensare Dio? Più la nostra ricerca di spirituale sarà sincera e meglio sonderemo gli insondabili misteri della Rivelazione. Noi semplici credenti non dobbiamo desiderare visioni, apparizioni o estasi. Dobbiamo cercare di vivere in modo virtuoso e retto, seguendo l’esempio e l’insegnamento dei tantissimi cristiani che ci hanno preceduto nella lotta per la santità.

Fabrizio Cannone

Fonte: Libertà e Persona

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