Le leggi del pensiero – Recensione di Juan José Sanguineti

Il presente volume è uno sviluppo di tematiche già elaborate dall’A. in pubblicazioni precedenti e che in ogni loro nuova formulazione acquistano sempre più solidità e ampiezza argomentativa. Livi premette in prima pagina che con questo studio “io riassumo e concludo una ricerca logico-epistemica durata cinquant’anni, nel corso dei quali ho affrontato argomenti apparentemente diversi ma in realtà convergenti verso un unico obiettivo critico, che è la determinazione del fondamento o ‘adeguata giustificazione epistemica’ della certezza” (p. 9).

Il libro è la proposta di una filosofia della logica intesa come ricerca sistematica delle leggi primarie necessarie che regolano l’insieme delle argomentazioni logiche, anche sul versante comunicativo, determinando così la giustificazione epistemica fondamentale della certezza di verità in ogni forma di conoscenza: ordinaria o scientifica; inferenziale, di esperienza e basata sulla testimonianza. Le questioni affrontate dall’A. –verità, certezza, giudizio, assenso, consenso – sembrano appartenere al campo della filosofia della conoscenza, ma sono tutte concentrate intorno alla domanda sulla giustificazione razionale del giudizio o affermazione veritativa. Livi distingue la filosofia della logica (detta anche “metalogica”) dalla logica, sia filosofica che formale. Non intende seguire da vicino le forme argomentative in modo prescrittivo, come fa la logica, ma vuole soltanto soffermarsi sul nucleo fondazionale delle argomentazioni e di ogni possibile giudizio. Nonostante l’A. non spieghi in modo esplicito la distinzione tra la filosofia della logica e la gnoseologia, direi che quest’ultima sviluppa in prospettiva metafisica la questione circa la natura della conoscenza e della verità, anche sulla base antropologica delle risorse cognitive umane (intelletto, sensazione, percezione, evidenza). Livi assume come valido il rapporto veritativo tra mente umana e realtà – adaequatio intellectus ad rem–, per concentrarsi su ciò che interessa primariamente alla logica, cioè la giustificazione del giudizio di verità. Comunque nella sezione previa dedicata alle premesse semantiche sono considerate a livello di linguaggio ordinario alcune nozioni gnoseologiche di base (pensiero, verità, coscienza, ecc.). Qualcosa di analogo si può dire riguardo alla logica aletica, cioè la logica del senso comune, nell’accezione che questo termine acquista nel pensiero dell’A. La base della filosofia della logica è la logica aletica, condensata nelle cinque certezze originarie della conoscenza: esistenza del mondo, di se stessi, degli altri, della moralità e di Dio. Sviscerare il significato di queste verità fondamentali e vederne tutte le implicazioni è il compito della metafisica. Quindi sia la metafisica che la filosofia della conoscenza costituiscono il background della filosofia della logica che Livi pone a fondamento delle diverse forme di logica (logica formale, logica filosofica, logica argomentativa).

Due caratteristiche importanti di questo libro sono:

1. La tematica viene proposta in forma di leggi (prima parte del libro). Non sono assiomi, né leggi nel senso abituale della logica formale, cioè prescrizioni da seguire per poter compiere ragionamenti validi. Sono piuttosto espressioni fondamentali che rendono esplicito il modo in cui ogni soggetto esprime la verità nel giudizio, cioè in definitiva sono quello che si può ritenere il nucleo della logica naturale di ogni uomo. Livi sostiene l’esistenza non solo della capacità intellettiva umana, ma anche di una logica inerente al pensiero umano. Tale logica non è solo il fatto naturale di sillogizzare, ma nasce dalla percezione di una verità ottenuta dall’esperienza e affermata nel giudizio, insieme alla capacità di giustificarla ovvero di enunciare le ragioni per cui una determinata ipotesi di giudizio viene tassativamente affermata. La giustificazione peraltro non si riduce a indicare le premesse di un ragionamento, poiché alcuni giudizi sono immediati e altri sono basati sulla testimonianza.

2. Nella seconda parte del libro si prende in esame la questione dell’agire comunicativo basato sul linguaggio. I libri di logica di solito non considerano la comunicazione intesa come discorso rivolto a un altro per ottenere il suo consenso  alla verità conosciuta da un soggetto, anche se il problema è spesso affrontato in altre sedi, come la retorica o le teorie della conversazione. Seguendo con rigore la prospettiva prescelta, Livi non si sofferma sugli elementi emotivi o di altro genere che condizionano la trasmissione e la ricezione della verità, ma solo sugli elementi fondamentali di tipo logico. Alla base di essi c’è la convinzione della condivisione degli uomini delle medesime leggi della logica naturale. L’altro può arrivare al consenso su ciò che un soggetto intende comunicargli perché ha nella sua capacità pensante le ordinarie esigenze logiche che portano all’assenso di una determinata verità, forse prima proposta come ipotesi. Il libro, dopo un’introduzione suddivisa in due sezioni, una relativa alla premesse semantiche, l’altra alle premesse epistemologiche, è diviso in due grandi parti. La prima, “Come la verità viene al soggetto”, considera cinque leggi fondamentali del pensiero, ciascuna delle quali è studiata in un singolo capitolo.

La seconda parte, intitolata “Come le leggi del pensiero determinano l’agire comunicativo”, divisa in quattro capitoli, è dedicata alla tematica del dialogo nel contesto della verità, con alcuni rilievi molto opportuni sull’etica del dialogo. La parte finale è costituita da un ampio e accurato glossario logico-epistemico (pp. 175-230). Mi soffermo soltanto su alcuni punti del ricchissimo contenuto di questo libro che mi hanno colpito particolarmente. Il primo è il rapporto stabilito da Livi tra assenso assoluto alla verità insieme alla possibile relatività dell’oggetto affermato (cfr. pp. 81-92). Anziché dire, come è solito fare, che l’uomo può conoscere con certezza, o ipoteticamente, o con insicurezza nel caso del dubbio o dell’opinione, Livi sostiene che ogni giudizio emesso da un soggetto in base all’evidenza di cui dispone e in rapporto a una determinata materia è sempre apodittico, assoluto, il che serve all’A. come argomento contro lo scetticismo. Il punto è che anche un’affermazione ipotetica o dubbiosa esprime con certezza di essere tale e quindi esclude il contraddittorio. Dire “forse domani pioverà” quindi è vero in assoluto, nell’intenzione di chi parla, in quanto egli asserisce con certezza una possibilità o probabilità in base ai dati disponibili. Ovviamente questo punto non toglie l’indeterminazione della verità intenzionata sia perché l’oggetto è potenziale sia per difetto della conoscenza. Collegata a questa tesi è la questione della riformabilità dei nostri giudizi, precisamente perché il fatto che siano stati emessi sulla base dell’evidenza disponibile fa sì che il soggetto conoscente possa rettificare un giudizio emesso nel passato, se nuovi dati gli vengono offerti. Livi sostiene che, in questo caso, il giudizio precedente  e quello posteriore non sono necessariamente in contraddizione. Pone come esempio il giudizio che si può fare di una persona come affidabile, successivamente ritirato se si è scoperto più tardi che non lo era (p. 82). Comunque l’A. sostiene che alcuni giudizi sono definitivi o irriformabili, ad esempio quelli che riguardano i primi principi.

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Da parte mia aggiungerei, in sintonia con questa relatività dei giudizi comunque assoluti sostenuta da Livi, che la rettifica potrebbe riguardare anche il piano epistemologico in considerazione, il quale talvolta è confuso dagli studiosi. Vale a dire: un’affermazione può essere vera secondo un determinato piano epistemologico come può essere ad esempio la filosofia, o la scienza sperimentale, o la fede teologale, e non conosciuta come tale negli altri piani. Ad esempio la risurrezione dei morti è vera alla luce della fede cristiana, anche perché Dio è onnipotente, ma non appare come possibile secondo le leggi della biologia. Se si fa questa precisazione, non c’è contraddizione tra la fede e la ragione, mentre invece sorge una contraddizione (apparente) se non si tiene conto della distinzione di piani epistemologici. Non è questa la teoria della doppia verità, la quale non contempla questi elementi epistemologici, come invece aveva fatto Tommaso d’Aquino. La questione della riformabilità dei nostri giudizi è connessa alla gnoseologia dell’errore. È una tematica che richiede molti analisi contestuali, nonché distinzioni semantiche ed epistemologiche sul discorso della verità. La riforma di un giudizio fatto in precedenza può situarlo in un contesto più ristretto, come si fa ad esempio quando si confronta la teoria di Einstein rispetto a quella di Newton. Invece talvolta può significare l’abbandono di una tesi precedente in quanto falsa. Ad esempio, l’antica tesi secondo cui il sole e gli astri girano in torno alla terra è falsa. Vorrei fare inoltre una piccola osservazione su un punto sostenuto da Livi. Nel dialogo tra persone che hanno opinioni diverse, si sostiene, si cerca che l’altro si convinca di una verità che forse non vede per diversi motivi. Non sarebbe opportuno, precisa Livi, dirgli direttamente che è in errore, ma piuttosto manifestare un disaccordo, poiché l’altro, presupponendo la sua sincerità, sostiene con certezza di verità una tesi in base a una sua evidenza, sia pure problematica (pp. 144-145). Non possiamo giudicare con certezza sullo stato della coscienza dell’altro, ma solo ipotizzarlo.
Comunque penso che Livi sarebbe d’accordo che in determinati contesti, ad esempio educativi, e su alcune questioni, come sono i dati di fatto, risulta normale e facilmente accettabile dire a qualcuno che si è sbagliato (ad esempio, se per ignoranza dice che Roma è la capitale del Belgio). In questi casi non si entra nella coscienza dell’altro, ma si dichiara che ciò che ha detto è oggettivamente errato. L’osservazione di Livi punta opportunamente ad essere delicati con quanti non condividono le nostre idee in questioni importanti e tende quindi a rispettare le convinzioni altrui. Si può discutere se questo principio sia valido sempre e in ogni caso (pensiamo ad esempio a una persona che sostenga gli ideali del nazismo, solo che in questo caso probabilmente ci sono poche condizioni per un dialogo efficace). Il rapporto con l’altro, quando esiste una visione opposta profonda, ad esempio di tipo morale o religiosa, nei casi ordinari ci dev’essere rispetto e si dovrebbe cercare, come suggerisce Livi, di conoscere meglio le motivazioni altrui e il senso di ciò che l’altro vuol dire, il che è un problema ermeneutico affrontato in questa importante parte della filosofia della logica. Il dialogo comunque è la via per suscitare nell’altro la conoscenza del vero anche in questi casi. La rilevanza del senso comune nella formulazione di proposizioni vere, per concludere con un ultimo punto, è vista da Livi come presenza implicita in ogni discorso di presupposti aletici fondamentali. Per questo motivo, la “dimostrazione” delle verità metafisiche originarie si compie tramite il metodo denominato della presupposizione. “Il metodo che la logica aletica scopre nella struttura stessa del pensiero è il metodo della ‘presupposizione’” (p. 97). La procedura razionale consiste nel rintracciare a ritroso gli elementi che in ogni discorso razionale sono logicamente anteriori e che costituiscono condizioni di possibilità di ogni verità che s’intenda affermare (cfr. pp. 97-112). Il metodo della presupposizione è insieme fondazionistico e olistico. Non parte dai fondamenti, ma li trova secondo il metodo menzionato, il che comporta una visione d’insieme della conoscenza non atomizzata. La visione è così unitaria, non però nella forma di un sistema razionalistico, bensì nel senso che certe verità di base vanno tenute insieme secondo il principio di coerenza. La negazione di uno dei suoi elementi o una loro falsa interpretazione nuoce in modo irrimediabile l’intero tessuto della conoscenza della verità. Il metodo della presupposizione si rivela fecondo, infine, nel dialogo intersoggettivo che cerca la verità in mezzo alle differenze di opinione tra i soggetti.

Juan José Sanguineti

Pubblicato in “Acta Philosophica”, 27 (2018), pp. 173-176.

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