Charles Journet : tra teologia e mistica

La figura del teologo Charles Journet è al crocevia tra teologia e mistica: vediamo perché.

Anche nella Chiesa esistono delle tendenze, dei trend e perfino delle mode, più o meno ufficiali e più o meno incoraggiate dall’alto. Certamente qualcosa che negli ultimi decenni è passato abbondantemente di moda è la teologia speculativa (di tradizione scolastica), la scienza teologica che utilizzi le riflessioni della metafisica classica (realista) per proporre spiegazioni e legittime interpretazioni del dogma.
Parallelamente a questa moda anti-metafisica e infondo anti-teologica (prendendo il lemma teologia in senso etimologico, ovvero in senso forte), si è affermata una moda – piuttosto chiassosa ed esteriore – in favore della mistica. Tutto è mistica e nulla nella religione e nella devozione dei fedeli deve essere lungi dalla mistica. Guai poi ad essere cristiani devoti senza essere in qualche modo dei ‘mistici’ o degli entusiasti: si sarebbe presto annoverati tra i bigotti, piuttosto che tra i ferventi.

Il paradosso è questo. Queste due mode, l’apprezzamento (esagerato e incoerente) della mistica è andato in parallelo con il rifiuto della metafisica e della teologia classica, quasi che dire di qualcuno che sia al contempo un teologo e un mistico sembra ormai un ossimoro o un gioco di parole!

Che tale misticismo si fondi più su stati d’animo, carismatismi discussi e discutibili, apparizioni, miracolismi, visioni di dubbia consistenza e dottrine quanto meno nuove e peregrine, non fa problemi ai sostenitori della moda e del trend ecclesiale. Anzi, secondo loro o ci buttiamo nell’avventura della mistica oppure diventiamo freddi e razionalisti, o finanche atei senza saperlo.

In questi ambienti la paura della scienza fa 90 ed essendo la teologia una scienza vera e propria, benché suigeneris (ST, I, q. 1, a. 2), ecco che essa viene snobbata e ritenuta roba da snob, anche perché porterebbe allo scientismo e al materialismo. Per cui tutto fa brodo se intessuto di fideismo, irrazionalismo e misticismo, più o meno orientaleggiante.

Un ottimo teologo contemporaneo ha invece mostrato, in sapienti pagine di buona dottrina, quanto il legame tra vera mistica e autentica teologia sia essenziale e necessario, e lo ha fatto nel migliore dei modi, ossia presentando il pensiero di un teologo che fu sia dogmatico che contemplativo, sia scientifico che sapienziale, e in un certo senso un vero mistico (cf. Samuele Pinna, Charles Journet e la teologia come servizio alla Chiesa del Verbo Incarnato, con la postfazione di Antonio Livi, Casa Editrice Leonardo Da Vinci, Roma, 2018, pp. 178).

Charles Journet (1891-1975) fu un notevole teologo svizzero, celebre e celebrato specialmente per l’opera L’Eglise du Verbe incarné, pubblicata inizialmente sotto Pio XII, ma poi tradotta in molte lingue e in contesti diversi ed eterogenei. L’edizione critica odierna (in francese) conta 5 densi volumi ed è una vera mina di tesori per chi ama la teologia intesa come scienza sacra. Fu altresì stimato come uno studioso aperto e moderno negli anni immediatamente precedenti e immediatamente successivi al Concilio Vaticano II (1962-1965).

In seguito però, come accadde a molti altri della sua generazione, passò dalla statuto eccessivo di profeta a quello di grande autore del passato, scientemente dimenticato e rimosso (si pensi all’abisso che separa ancora, nella stima ecclesiale a senso alternato, il Maritain di Humanisme intégrale del 1936 rispetto al Maritain del Paysan de la Garonne del 1966… fine ad essere ora chiamato integralista). Oggi Journet deve apparire ai giovani leviti come un dinosauro della teologia, autorevole ma superato, specialmente se letto coi discutibili parametri della filosofia religiosa che pervade gli Istituti universitari della cattolicità. E presto, quando i filosofi religiosiscopriranno la saldezza della loro fede nei dogmi – e non in un Vangelo per tutte le stagioni – faranno subire lo stesso processo di rimozione, se non è già avvenuto, ai vari Agostino Gemelli, Edith Stein, Divo Barsotti e altre ex-avanguardie, ormai superate dall’evoluzione – eterogenea – della scienza teologica…

L’Angelico, mistico amante di teologia, scrisse che “si ha vera sapienza quando l’attività dell’intelletto [ciò che sminuiscono i fideisti anti-metafisici odierni], si compie e si perfeziona nella quiete dell’affetto [ciò che i medesimi esaltano in maniera esagerata, tanto da parlare di esperienza di Dio per ogni moto dell’affettività]. Per cui la sapienza è detta scienza saporosa” (Tratto dal commento tomista alla Seconda ai Corinzi, cit. a p. 13).

E’ vero che esiste una sapienza elevatissima “che conosce non per via di scienza, ma per via d’istinto e per inclinazione d’amore” (p. 29), tipo quella dei grandi mistici della Chiesa, alla Giovanni della Croce e alla Caterina da Siena per intenderci. Ed è vero pure che c’è una “nescienza superiore ad ogni scienza [terrena]” (p. 31), la quale non ha come nume tutelare Meister Eckart, ma Dionigi Aeropagita, il quale non a caso, secondo Journet, “trova in san Tommaso colui che [ne] ha commentato meglio la dottrina” (p. 31). Ma la stessa sapienza mistica o estatica, “di per sé sopraconcettuale, utilizzava immediatamente, come strumenti i tesori dei filosofi” (p. 39, la frase è di Journet).

Proprio chi crede come noi crediamo, al seguito di don Pinna e del card. Journet, al valore supremo della contemplazione e al cattolicesimo come dottrina e mistica per l’uomo comune (a cui fece cenno Georges Bernanos), non può dimenticare le leggi che Dio, oggetto di ogni sapienza-contemplazione-mistica, ha dato all’uomo e al suo intelletto. La Rivelazione è un enunciato e la fede, presupposto per la vera teologia (e per l’autentica mistica), è una adesione razionale, che usa la ragione perfino per tendere al suo superamento, nella logica del chiaro-scuro intellettuale, richiesto dal rapporto asimmetrico tra Dio infinito (l’oggetto della mente e del cuore) e uomo finito, quand’anche avesse estasi e visioni permanenti.

Presentando l’opera vertice di Réginald Garrigou-Lagrange, un teologo tomista che fu altresì un cantore della pura mistica – quale sviluppo omogeno della vita di grazia nei battezzati – il mio maestro Antonio Livi, menzionava quale pregio peculiare del domenicano, l’aver fatto luce sulle “esigenze speculative della fede cristiana” (cf. Garrigou-Lagrange, Il senso comune, la filosofia dell’essere e le formule dogmatiche, Leonardo da Vinci, 2013, p. 7). Chi nega queste esigenze coincide incredibilmente proprio con chi, seguendo Henry de Lubac, esige invece la vita di grazia e la vita sovrannaturale, come continuum con la creazione di natura, fino al punto che un limbo senza beatitudine non può più concepirsi (cf. CTI, 2007) e saremmo tutti “cristiani anonimi” (Rahner), salvati in quanto creati (von Balthasar).

I due errori della riflessione teologica odierna sono il razionalismo anti-sovrannaturale e biblicista, e il fideismo anti-razionale e biblicista. Quindi è il biblicismo ciò che è comune ai due indirizzi eterodossi, e in nome della Scrittura si tende a sabotare la Tradizione, che della Bibbia è il criterio, il cuore e la chiave.

Non c’è però Rivelazione se non si danno assieme Scrittura, Tradizione e Magistero (dogmatico e infallibile), come spiega Dei Verbum 9 (brano raramente citato, specie nell’ultima affermazione del paragrafo). E come chi rifiuta un solo dogma – con cognizione di causa e non per mera ignoranza – non ha la virtù della religione, così chi separa la Scrittura dalla Tradizione e dal Magistero (autentico, sincronico e diacronico) non serve la Rivelazione cristiana, ma si serve di essa per altri inconfessati scopi…

Resta quindi inaccettabile il carisma libero e autonomo dalla gerarchia e dall’autorità, e parimenti assurda è la via mistica in un cattolicesimo a-dogmatico e spiritualoide. Sarebbe la ricerca di sé e non dell’Aseità per essenza, la quale è l’approdo ultimo dopo che saranno scomparsi Bibbia, catechismi, encicliche, facoltà pontificie e teoremi, sostituiti – per chi lo merita – dalla visione faccia a faccia, la quale ci spiegherà ogni cosa.

Fabrizio Cannone

Fonte: Libertà e Persona

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