Il nuovo anno e la speranza cristiana

Si chiude un anno, il 2018, e si apre il 2019. Come accade a ogni fine d’anno si ricordano le cose passate nel bene e nel male, sperando che l’anno successivo sia buono. Anche noi, cari lettori, vi facciamo i nostri auguri e lo facciamo pubblicando un breve pensiero del grande filosofo Robert Spaemann, morto lo scorso 10 dicembre all’età di 91 anni.

«Oggi sarebbe importante riscoprire il significato autenticamente cristiano della speranza. Molte persone affermano che un credente, dal momento che è tenuto a coltivare la virtù della speranza, dovrebbe essere per forza di cose ottimista rispetto al futuro; tuttavia, l’oggetto della speranza in senso evangelico non è una particolare situazione futura dei singoli individui o della società umana, ma il ritorno di Cristo e l’ingresso nella vita eterna.

Se una persona a me cara si ammala gravemente e non sussistono più speranze di guarigione non ha alcun senso dire che, in quanto cristiano, io dovrei sperare comunque. Di fatto, noi tutti siamo mortali; ma la speranza cristiana si riferisce, appunto, a un mondo a venire. “Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura”, recita la Lettera agli Ebrei. Prescindendo da questa prospettiva, la parola “speranza” può rivestirsi di significati molto diversi: può anche corrompersi in ideologia, come è successo per il marxismo, che sperava nella rivoluzione mondiale e nell’avvento di una società senza classi, in cui tutti i desideri umani si sarebbero realizzati». (R. Spaemann – Essere persona, Editrice La scuola 2013, pag. 144).

Fonte: Il Timone

 

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