Antonio Livi: senso comune, metafisica, teologia

Allievo di Étienne Gilson, Antonio Livi ha collaborato con Cornelio FabroAugusto Del Noce; iniziatore della scuola filosofica del senso comune.

«Senso comune» è il termine utilizzato da Livi in chiave anti-cartesiana per individuare le certezze naturali e incontrovertibili possedute da ogni uomo. Si tratta, non di una facoltà o di strutture cognitive a priori ma di un sistema organico di certezze universali e necessarie che derivano dall’esperienza immediata e sono la condizione di possibilità di ogni ulteriore certezza. Livi ha per primo precisato quali siano queste certezze e ha provato con il metodo della presupposizione che esse sono in effetti il fondamento della conoscenza umana. Il senso comune comprende dunque l’evidenza dell’esistenza del mondo come insieme di enti in movimento; l’evidenza dell’io, come soggetto che si coglie nell’atto di conoscere il mondo; l’evidenza di altri come propri simili; l’evidenza di una legge morale che regola i rapporti di libertà e responsabilità tra i soggetti; l’evidenza di Dio come fondamento razionale della realtà, prima causa e ultimo fine, conosciuto nella sua esistenza indubitabile grazie a una inferenza immediata e spontanea, la quale lascia però inattingibile il mistero della sua essenza, che è la Trascendenza in senso proprio. Queste certezze sono a fondamento di un sistema di logica aletica su base olistica.

Di seguito le opere più importanti di Livi

Filosofia del senso comune

Questo trattato, uscito in prima edizione nel 1990 e poi ripubblicato nel 2010 con testo Fil senso comuneinteramente rielaborato, viene adesso riproposto in terza edizione con ampi riferimenti alla ricezione del pensiero di Antonio Livi presso gli altri filosofi. Resta immutata, anche se ulteriormente perfezionata, la struttura espositiva del trattato, che comprende:
1) una prima parte dedicata a un’esauriente indagine storico-critica sul termine e sulla nozione filosofica di “senso comune”, partendo dall’antichità (Aristotele e gli stoici greci e latini) e giungendo all’età moderna (Pascal, Buffier, Reid, Oetinger, Kant, Jacobi, Balmes, Rosmini) e poi all’età contemporanea (Garrigou-Lagrange, Maritain, Moore, Wittgenstein, Gilson, Gadamer, Pareyson, Castelli, Jacques, Nagel, Davidson, Agazzi, Smith);
2) una seconda parte, nella quale l’autore espone la sua originale nozione di “senso comune” e ne illustra la funzione critica nel quadro del suo sistema di “logica aletica”, comprendente la giustificazione epistemica delle conclusioni della ricerca scientifica e della possibilità di accettare per fede la testimonianza altrui;
3) una terza parte, nella quale viene dimostrata, sulla base delle leggi del pensiero, l’esistenza del senso comune come insieme di evidenze originarie, sempre presenti e operanti nella coscienza del soggetto come “referente” ultimo di qualsiasi giudizio.

Vera e falsa teologia

Questo trattato di epistemologia teologica, giunto ormai alla quarta edizione, è stato mgee-8-4olto apprezzato dai migliori teologi viventi per il suo rigore scientifico che mantiene il discorso estraneo alle contrapposte ideologie del progressismo e del tradizionalismo. Le varie forme della «falsa teologia», infatti, sono qui criticate non perché esprimano opinioni non condivise ma perché pretendono di interpretare la fede cristiana in modo inadeguato, ignorando la razionalità insita nella rivelazione divina, sia per quanto riguarda i suoi contenuti (dogmatici e morali) sia per quanto riguarda il modo della sua comunicazione (che implica la verità dei “proeambula fidei”). L’assunto principale di questo trattato è dunque mostrare come la teologia, in quanto “scienza della fede”, si debba limitare a proporre ipotesi scientifiche di interpretazione del dogma e non abbia la competenza per ri-formulare o ri-creare la fede della Chiesa partendo da presupposti filosofici che ne ignorano o addirittura ne vanificano le ragioni intrinseche. Un’Appendice di questa nuova edizione esamina le teorie teologico-morali che più hanno influito sul linguaggio e sui contenuti del Magistero recente.

Le leggi del pensiero

L’Autore espone nella Prima Parte (“Come la verità viene al soggetto”) quelle che egli ritiene le vere leggi del pensiero, mentre nella Seconda Parte (“Come le leggi del pensiero determinano l’agire comunicativo”) espone la possibilità e i limiti della comunicazione del pensiero tra soggetti diversi. Il trattato dimostra che il nucleo fondamentale della logica come prassi naturale è la logica “aletica”, quella per cui ogni soggetto necessariamente a) privilegia il “valore-verità” su tutti gli altri valori che tramite la riflessione può rilevare nel proprio pensiero e che può poi confrontare criticamente nel pensiero altrui tramite la comunicazione linguistica; e per questo b) assume come determinazione ultima del “valore-verità” il corretto e adeguato rapporto di ogni ipotesi di giudizio con tutti i suoi presupposti.
L’Autore non fa uso di neologismi, nemmeno per esporre nozioni originali sue, ma deve necessariamente ricorrere a molti termini tecnici della logica, sia antica che moderna, e per questo aggiunge alla fine un “Glossario dei termini logicoepistemici” sul cui preciso significato non si è potuto soffermarmi nel corso della trattazione, in quanto si tratta quasi sempre di termini appartenenti ad altre discipline, come la filosofia della conoscenza, la logica formale o la filosofia del linguaggio. Sempre allo scopo di mantenere il trattato nei limiti di un’esposizione propedeutica, viene aggiunto alla fine del volume anche una “Bibliografia complementare”, nella quale i lettori troveranno testi che possono servire all’approfondimento delle questioni, sempre ovviamente nell’ottica proposta nel trattato

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